giovedì, 31 gennaio 2008
"Incredibili Fatti" - EDITORIALE - Febbraio 2008
di Lorenzo Marvelli
In questo tempo molti sarebbero i fatti.
Forse ci sono più fatti oggi che ieri.
Fatti, informazioni, news.
Molti.
Ma non tutto. I fatti non sono tutto.
Nel senso che non è solo di fatti che si nutrono i sogni.
I Wobblies, così si facevano chiamare i membri di un sindacato rivoluzionario americano dei primi anni del '900, facevano propaganda sulle loro soap box agli angoli delle strade. Saltavano su queste cassette di legno rovesciate a terra agli angoli delle strade e urlavano alle gente fino a perdere la voce.
A sponkane, nello stato di Washinton, finirono in galera in 600.
I fatti raccontarono di una sonora sconfitta di un gruppo di sovversivi.
I sogni invece raccontarono e continuano a dirci che quella fu una delle più grandi vittorie per la libertà di parola negli USA.
I fatti dicono che Veltroni e Mussi, seduti in cattedra, tengono la loro lectio magistralis ad una platea silenziosa e disciplinata all'inaugurazione dell'anno accademico dell'Università di Roma.
Prendono le distanze, si scusano con la Santa Sede offesa da una minoranza di miscredenti e fanno ammenda mentre fuori gli eserciti si battono con gli studenti.
I sogni raccontano e lo diranno eternamente, di una grande vittoria di un gruppo di 69 professori sulla prepotenza del Pastore Tedesco.
I fatti dicono che il Parlamento tutto, testimonia solidarietà umana al boss di Ceppaloni.
Il boss detta l'agenda e chiama tutta la sua maggioranza a pronunciarsi pubblicamente in suo favore.
La maggioranza ceppalonia ha appena finito con il Pastore Tedesco ed ora stigmatizza certi magistrati troppo zelanti.
I sogni dicono che il boss è all'angolo e che è possibile dimenticarlo se si resiste, resiste, resiste!
Le news dicono che la Ilary Clinton ha vinto le primarie in Nevada. Le news dicono anche che Barak Obama non ha un programma e che è un bluff.
Le news raccontano di un multimilionario che si chiama Edward e che è dalla parte dei poveri in canna.
I sogni dicono che è possibile sperare ancora che i ricchi smettano di parlare dei poveri lasciando a questi la facoltà di parlarsi da soli.
I sogni dicono di un nero che non si chiama Clinton e che viene per una parte dal Kenia.
I sogni dicono che sarebbe bello vedere un nero al comando.
Insomma: ci sono i fatti sì... ma la questione è che i fatti sono ormai molto distanti dalla realtà.
Dalla parte dei fatti c'è il potere che in questo monento utilizza la politica per occupare la vita sabotando la realtà.
L'idea di semiotattiche, così le chiama Bifo, mi piace un casino.
Semiotattiche infaticabili, a getto continuo, perpetuo.
E' possibile impedire il sabotaggio della realtà semplicemente non credendo ai fatti.
Basta dire "non ci credo" e sei immediatamente dentro la realtà, pronto per trasformarla.
I wobblies cantavano fino a perdere la voce.
Il gruppo dei 69 se ne sbatte del Pastore Tedesco.
Il procuratore di napoli ridicolizza il boss di ceppaloni.
Obama canta e la gente balla. Il suo programma non è altro che un giro di do, una scala musicale.
Sto dalla parte di Obama. Soprattutto quando perde alle primarie in Nevada.
Ci sto perchè mi fa sognare e mi fa sperare che la mia condizione possa cambiare non perchè Edwards decida che è arrivato il momento dell'elemosina.
Ma perchè ho imparato a fare le cose da solo.
A rovesciare la soap box all'università.
Che Walter Mussi è un mostro con una sola testa.
Che la mia città è come spokane: basta trovare un gruppo rock con i controcazzi.
Oggi io sto con Marco Pannella all'assalto di piazza San Pietro piena di fedeli manifestanti con le bandierine gialle.
I fatti dicono che lui è solo.
"io non ci credo"
23:27 Scritto da: inferetici in Editoriali | Link permanente | Segnala | OKNOtizie |
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Quel che resta del corpo: una storia vera di anoressia
Vi invitiamo a vedere la scheda di "Quel che resta del corpo", un film scritto e diretto dal collega Luca Littarru. Cliccando qui vi collegherete alla pagina dedicata al cortometraggio dove potrete accedere alla scheda del film, al trailer, alla galleria fotografica.
Il film è stato prodotto da AINS onlus
Visita anche www.cosmopoli.org
Quel che resta del corpo è un film di 26 minuti, prodotto con meno di 500 euro e i cui lavori sono durati 2 anni. Oltre ad essere un film è un'impresa emotiva, un progetto che si realizza sia per le attrici, che raccontano la loro vera storia di anoressia attraverso il loro corpo, sia per la produzione. I proventi della vendita del film andranno a finanziare i progetti di AINS onlus in Guatemala.
Presentazione. Inizialmente "Quel che resta del corpo" doveva essere un libretto fotografico che avrebbe dovuto raccontare, con le foto appunto e con le parole, un dramma della società moderna: l'anoressia. Ma come ogni progetto artistico và inteso dinamicamente: il progetto del libretto viene così sostituito da un un cortometraggio. Il cortometraggio è il racconto della storia delle due protagoniste, Maura Degni e Mariateresa Lorusso. La cosa straordinaria è proprio questa: le due protagoniste raccontano la loro storia in un film, quindi la loro "recitazione" è un calarsi dentro loro stesse per raccontarsi drammaticamente al pubblico.
SInossi Il corpo è per natura ambivalente. E’ in grado di essere una cosa, e contemporaneamente anche l’altra. E’ l’Occidente, la sua società, ad aver scisso ogni ambivalenza, spingendo le due polarità in perfetti opposti: il bene e il male, il giusto e lo sbagliato, il bello e il brutto, la salute e la malattia. Una polarità positiva, l’altra negativa.
Il disturbo del comportamento alimentare, che ha nell’anoressia (ma anche nella bulimia) il suo apice, è uno dei simboli di questa scissione: è una “malattia”, per cui sarebbe da inscrivere nella polarità negativa. Eppure l’anoressia è la risultante del tentativo di raggiungimento delle polarità opposta, quella positiva: la perfezione, la bellezza, l’essere apprezzati, in definitiva una lotta d’amore. Stridente contraddizione.
Il rifiuto del cibo è, infatti, il rifiuto del nutrimento, di ogni nutrimento: nutrimento affettivo, relazionale, di vita sociale, d’amore.
Quel che resta del corpo vuole, raccontando una storia vera, parlare di questa contraddizione e dirci che la strada passa per l’accettazione della nostra originaria ambivalenza. Quell'ambivalenza che proviene dal fondo pre-storico da cui un giorno ci siamo emancipati ma non per sempre, e sopratutto mai definitivamente.
23:15 Scritto da: inferetici in Filosofia infermieristica | Link permanente | Segnala | Tag: quel che resta del corpo, anoressia, film, cinema, filosofia, corpo, infermieri | OKNOtizie |
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Infermiere soggetto politico in lotta per un'umanità più giusta
di Giancarlo Brunetti
Nel novembre del 2006 il gruppo informale “Nursing in movimento” ha portato a Valencia una ricerca su “assistenza infermieristica e lavoro precario”. Il titolo del congresso organizzato dall’Asociacion de Enfermeria Comunitaria era inedito e intrigante “la sfida di assistere in un mondo globalizzato”.
Una sfida da prendere al volo per chi come me crede che il mandato professionale non può e non deve essere confinato nel recinto socio-sanitario, ma deve e può avventurarsi nel mondo dei diritti negati tra i quali quello alla salute.
Silvina Malvarez del PAHO (Panamerican Health Organization) ha aperto il congresso con una lezione magistrale con lo stesso titolo del congresso.
Nonostante la lingua spagnola la carica emotiva e la forza dei contenuti ci è entrata nelle ossa affascinandoci.
Fu proprio Silvina che dopo la nostra relazione-spettacolo venne a conoscerci e complimentarsi, da quel momento è nata un’amicizia forte e sincera.
Ci sentivamo obbligati a trasmettere ai colleghi italiani il messaggio contenuto in quelle righe, così lo traducemmo in italiano mettendolo a disposizione sul sito di Nim .
Voglio sintetizzare per gli amici eretici alcuni passi rimandandovi alla lettura integrale su www.nursing.nelmovimento.org. (in corsivo parti prese dal testo).
“La globalizzazione non è un processo lineare. Presenta contraddizioni e conflittualità crescenti che hanno effetti sulla salute dei popoli su scala planetaria. Certamente ha avuto come effetto il miglioramento della vita quotidiana e delle condizioni di salute nel mondo e la tecnologia dell’informazione ha avuto un impatto radicale sui servizi sanitari. Però sono aumentate la disuguaglianza, la povertà, la marginalità, le minacce all’ambiente e le malattie su cui ha influenza la disuguaglianza di distribuzione delle risorse, mentre gli indicatori di salute rivelano che le società più sane non sono necessariamente quelle più ricche”.
Come si pongono gli infermieri di fronte a questo desolante panorama?
La mancanza di cure e l’abbandono delle fasce più deboli della popolazione è una delle conseguenze più drammatiche della globalizzazione.
Per gli infermieri che sentono come obbligo etico e professionale il prendersi cura delle persone l’attenzione alla comunità in un mondo globalizzato rappresenta una vera sfida. L’infermieristica può affrontarla solo con un cambio di pensiero, di posizione e di azione per affrontare le necessità di assistere le comunità in un contesto in trasformazione, ricco di minacce e di opportunità.
Non solo le malattie infettive e contagiose, la loro capacità di disseminazione a livello planetario saranno al centro dell’attenzione infermieristica, ma tutti i fenomeni sociali e politici che hanno un impatto fortissimo sulla salute delle comunità: l’urbanizzazione, la diminuzione della fecondità, le migrazioni, la povertà, l’analfabetismo, la denutrizione, la mancanza di protezione sociale, i disastri naturali ed i conflitti bellici.
Tutti questi rappresentano “un panorama mutevole che esige all’infermieristica un franco riposizionamento in relazione alla sua tradizione professionale. La nozione di salute globale non è un puro concetto. È un’esperienza quotidiana di vivere nel mondo. È una realtà in crescita che richiede pensiero e responsabilità per l’umanità planetaria.”
Il problema della ingiustizia nell’accesso alle ricchezze, all’attenzione alla salute e alla informazione deve costituire il centro critico di una nuova visione dell’infermieristica ed il suo ruolo francamente politico. “L’ingiustizia sottostà alla maggioranza dei problemi di salute, costituisce una questione politica e suppone innovativi interventi sociali basati sull’etica del diritto umano alla salute, alla libertà e alla cittadinanza. Assumere il problema dell’iniquità supporrà per l’infermieristica enormi cambiamenti. Vorrà dire prendere coscienza di un orientamento all’iniquità, riconoscere che l’iniquità si esprime nella salute in modo drammatico, influire nel cambiamento dei sistemi di salute verso una cura ad accesso universale e generare buone pratiche. Però il cambiamento più essenziale resterà l’assunzione di sé come soggetto politico in lotta per un’umanità più giusta.”
La sfida della cura in un mondo globalizzato inizia con due domande: stiamo curando tutti? stiamo curando bene? (Beatriz Gomez). La sfida che l’infermieristica ha davanti non è semplice, parte da una base etico-politica che ha impliciti i seguenti valori essenziali:
- Il valore del diritto alla salute e alla cittadinanza
- Il valore dell’equità
- Il valore dell’eccellenza
- Il valore della tolleranza
- Il valore della solidarietà
- La cura come valore esistenziale
“La sfida di curare le comunità in un mondo globalizzato e di curarla bene suppone una trasformazione paradigmatica della nozione di cura, storicamente focalizzata sull’individuo, che necessariamente deve partire dalla coscienza del mondo e che implica l’adozione della comunità globale come unità di analisi e soggetto di cura”
Le infermiere hanno oggi lo spazio comune di speranza e la capacità di solidarietà con altre popolazioni e altre infermiere di differenti parti del mondo. Una solidarietà che ora può mettersi in rete con i mezzi che la stessa globalizzazione ha messo a disposizione, mediante azioni politiche e di cooperazione per costruire una rete globale di cure. Non c’è modo, ora, per disinteressarsi delle condizioni di salute nelle comunità più deboli tra nazioni o all’interno della stessa nazione
Silvina Malvarez conclude il suo intervento proponendo una rivoluzione nel profilo professionale, un’esortazione profonda e vibrante verso una nuova visione dell’infermieristica.
- “Intendiamo l’infermieristica come una professione nel campo delle scienze sociali, il cui oggetto di studio e intervento è la cura che ha come beneficiario il soggetto umano come essere culturale, la famiglia, i gruppi, le comunità e la società planetaria come unità di analisi e cura.
- Intendiamo la cura nella sua unica possibile espressione che è quella dell’alterità, vincolo amoroso e attenzione per ogni soggetto dell’umanità.
- Intendiamo l’infermieristica come la scienza, l’arte, la filosofia, l’ etica, la politica della cura umana, che si organizza e si esprime socialmente come identità singolare, in un campo complesso di conoscenze, di intervento e di responsabilità sociale:
L’infermieristica è scienza in quanto suppone un processo di razionalizzazione del sapere…
L’infermieristica è arte in quanto creazione, espressione soggettiva e precisa per ogni atto di cura…
L’infermieristica è anche filosofia, in quanto indagine e domanda costante sull’esistenza umana, sulle sue vicissitudini e trascendenza…
L’infermieristica è etica perché non c’è possibilità di concetto e pratica dell’infermieristica senza la assunzione della cura come valore strutturante del dono, della solidarietà e della responsabilità sociale…
Infine l’infermieristica è la politica della cura umana. La natura intrinsecamente politica dell’infermieristica si esprime nel suo quadro etico, concettuale e pratico in quanto pensa alle popolazioni, si occupa dei determinanti sociali della salute e produce interventi sociali orientati alla equità.”
Ciò rappresenta un atto di ridistribuzione del potere che permette, mediante un’ azione sociale deliberata, la costruzione di un mondo un po’ migliore, più giusto.
Vi chiedo di scaricare il documento integrale
(http://www.nursing.nelmovimento.org/savar/07-3/assistere%...)
e, dopo attenta lettura, di aprire una riflessione tra gli amici eretici di tutto il mondo su quella che può essere la nostra azione contro la globalizzazione neoliberista e per costruirne una alternativa basata sui diritti.
22:56 Scritto da: inferetici in Filosofia infermieristica | Link permanente | Segnala | Tag: infermieri, lavoro, precariato, globalizzazione, cura, povertà, filosofia infermieristica | OKNOtizie |
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Risposta a "Vaneggiamenti sulla rete mondiale infermieristica antineoliberista"
Pubblichiamo con grande piacere la risposta del collega Giancarlo Brunetti, di NIM, al pezzo di Lorenzo Marvelli "Vaneggiamenti sulla rete mondiale antineoliberista".
di Giancarlo Brunetti
Caro Lorenzo,
penso che l’idea di una rete infermieristica transnazionale antineoliberista sia un prospettiva eccitante.
Sinceramente devo dire che sto attraversando un momento molto contraddittorio della mia vita e di profondo ripensamento e analisi sulla realtà professionale e, più in generale, del contesto nel quale esisto.
E’ indubbio che tutti i movimenti hanno subito un processo di vaporizzazione dopo una stagione intensa ed emozionante; in parte imbrigliati dalla politica, in parte frammentati in mille fronti.
Nella storia naturale di tutti i movimenti c’è il momento del riflusso al quale non è detto debba succedere decadenza e morte, tuttavia si apre una breccia nel fronte della resistenza mostrando una debolezza particolarmente appetibile al capitale il cui dominio non procede progressivamente, ma per strappi.
Ma torniamo all’infermieristica e alla possibilità di formare un fronte internazionale comune contro l’impero del mercato globale. Percepisco l’infermieristica italiana come un adolescente che ha appena acquisito autonomia e responsabilità, ma che non ha ancora chiaro il proprio futuro. Credo anche che tutte le teorie del nursing fin ora elaborate siano superate rispetto al nuovo scenario globale.
Il soddisfacimento dei bisogni di salute, concetto condiviso da buona parte delle teoriche, non tiene conto del concetto di salute, nella sua dimensione di diritto. Salute come bene immateriale primario dell’uomo che oggi viene posto in secondo piano rispetto alla filosofia del profitto come legge universale che regola i rapporti tra gli umani e tra questi e la natura.
Pertanto penso che il nursing debba avere un ruolo e una competenza su tutti quei processi che possono essere potenzialmente dannosi alla salute. Questo vuol dire entrare nel merito di molte delle lotte aperte dai movimenti e che menzionavi nel tuo scritto, “il cibo, l’acqua, l’educazione, l’informazione, la pace, ecc.”
Io credo che valga la pena aprire un dibattito utilizzando “l’intelligenza collettiva” e la circolazione dei saperi e dei vissuti per costruire nuovi paradigmi per la nostra professione.
In questo senso ti do piena ragione, occorre rivolgersi ai popoli di altri continenti che vivono più drammaticamente, ma in maniera più diretta le contraddizioni e gli effetti nefasti del mercato globale, probabilmente lì troveremo linfa vitale per lottare ancora.
Lotta che sia non violenta e utilizzi, come dici, “il linguaggio nelle sue molteplici forme e nelle sue molteplici possibilità per interrompere gli attuali processi di sviluppo capitalista”.
Alcune proposte operative:
- Elaborare un manifesto della rete infermiereristica neoliberista da far sottoscrivere a chi si riconosce in essa
- Mettere in comune le potenzialità comunicative dei siti infermieristici che si riconoscono nella rete per condividere e massimizzare le proposte, le azioni, le idee in essi espresse.
- Valutare se è realizzabile una giornata di discussione e confronto.
Ogni forma utopica rende possibile e concreto il prossimo futuro, per questo sono al tuo fianco su questa strada.
Giancarlo Brunetti
Nursing in movimento
22:42 Scritto da: inferetici in Occidente | Link permanente | Segnala | Tag: infermieri, rete, infermieristica transanazionale antineoliberista, occidente, teorie del nursing, capitalismo, lavoro | OKNOtizie |
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Joe Hill
Il testo che segue è la riduzione teatrale di uno scorcio della vita di Joe Hill, rivoluzionario migrante negli Stati Uniti d'America. Scritto dal collega Lorenzo Marvelli, è il nuovo spettacolo teatrale su cui sta lavorando la compagnia dei Teatri OFFesi
di Lorenzo Marvelli
QUADRO 1
L’INTERROGATORIO
Joe è seduto. Polsi legati dietro la schiena. Anche i piedi legati
Non ho nulla da aggiungere.
Ho detto tutto quello che avevo da dire.
Non posso essere io a portarvi il colpevole su un piatto d’argento.
L’assassino… sì dico, quello vero, dovete cercarvelo da soli: siete la polizia investigativa dello Utah, siete il fiore all’occhiello del governatore Spry…
E allora, cosa volete ancora da me?
Non sono stato io ad uccidere John Morrison e suo figlio Arling perchè quella notte non ero in quella maledetta drogheria, sapete benissimo che ero altrove.
Non sono io l’ uomo giusto che dite di aver catturato.
Sono innocente ma non posso essere io a dirvi perché.
Siete invece voi che dovete dirmi perché sono colpevole.
Mio Dio, gli Stati Uniti d’America che prendono lezione di investigazione da uno straccione, un operaio senza un lavoro fisso e senza una specializzazione, per giunta immigrato dalla Svezia: sono solo un minatore... ed anche un po’ spaccalegna, un po’ contadino, senza terra s’intende e... scaricatore anche , un vero e proprio topo di porto a un dollaro al giorno! Un dollaro al giorno, un dollaro al giorno, questa è la mia paga!
Non io ma voi dovete dimostrare la mia colpevolezza.
Insomma: negli Stati Uniti d’America il diritto a un processo giusto vale la vita d’ogni uomo molto più della mia! La mia vita che costa appena un dollaro al giorno!
Ho detto tutta la verità, nient’altro che la verità e non posso aggiungere nulla anche se a chiedermelo fosse Wootrow Wilson, il Presidente degli Stati Uniti d’America in persona.
Andate pure da Spry a dirglielo, diteglielo al vostro signor Governatore dello Utha: “Lo svedese dice che siamo noi a doverci cercare l’assassino dei Morrison!” diteglielo! Con tanti saluti da Joe, lo svedese!
(ride) Ho davanti la faccia di Spry…
John Morrison non era certo il mio uomo e mai avrei messo in gioco la mia libertà per uno come quello. Valgo niente ma… non sono uno stupido, non sono uno stupido. Soprattutto non sono un assassino!
Non sono io il vostro uomo.
Joe riesce a slegare i polsi
Non ho molto da dire sulla mia persona.
Il mio nome è Joel Emmanuel Haggland. Sono nato il 7 ottobre del 1879 a Galve, in Svezia. Eravamo in 8 a casa. 10 con mio padre e mia madre.
Mio padre Olaf era nella ferrovia. Morì in un incidente sul lavoro, pace all’anima sua. Morì anche mia madre, non molto tempo dopo. Arrivai in America con mio fratello Paul e… cambiai il mio nome: Joseph Hillstrom prima, poi Joe Hill così come mi conoscete.
Perché? Qualcuno dice che lo feci per sfuggire alla giustizia. Posso dirvi che così facevano in molti quando sbarcavano negli Stati Uniti d’America! Chi volete che avrebbe preso a lavorare uno con un nome così difficile? Haggland… Hillstrom… Meglio Joe, Joe Hill!
Sono bravo a suonare l’organo, il violino, la chitarra e la fisarmonica.
Ma non sono un musicista evidentemente anche se quella strada la provai quando me ne andai a suonare per un po’ il piano in un locale di New York. Ero giovane e pensavo di poter campare con la musica e le canzoni.
Mi corciai le maniche presto: spaccalegna, contadino, minatore, scaricatore di porto… e chi se ne ricorda più! Tanti lavori diversi ma tutti da servo e agli ordini di uomini prepotenti, i proprietari d’industria!
Non avevo scelta: mi iscrissi al sindacato per non diventare un assassino. Perché io volevo ammazzarli quei prepotenti, certo che lo volevo! Ma non ero un assassino.
QUADRO 2
LA LOTTA PERLA LIBERTA’ DI PAROLA
Era un giorno come gli altri, sole, buoni propositi, poca voglia di lavorare ma solo un minuto per godersela poi infilati dentro, in mezzo a quegli alberi alti, eravamo come pinguini stipati. Avevo un compito apparentemente privilegiato ma il privilegio finiva laddove sentivo trattare male i miei compagni.
Il mio compito era anche questo: fornire informazioni su di loro. Qualsiasi cosa, anche un minimo di insofferenza. I proprietari degli alberi non potevano sopportare insofferenze, facevano male al buon ritmo della continuità, non ti potevi permettere di stare un po’ triste o di manifestare piccoli segni di malinconia, il sorriso sempre, anche finto ma sempre.
La cosa particolare era che quei maledetti proprietari di alberi sapevano benissimo che per circa sette anni addietro ero stato un militante del sindacato con lotte toste dietro le spalle. Eppure mi avevano preso a lavorare con loro, un dollaro al giorno e mansioni di merda. Io non ci stavo dietro. Non comunicavo niente di vero, spesso sviavo i proprietari. Per di più avevo consigliato un tale di rivolgersi ad un mio amico del sindacato per questioni di giornate a buttar giù alberi, non pagate. I proprietari di quegli alberi, in qualche maniera, erano venuti a conoscenza del mio consiglio ma non mi era successo niente: preferivano avermi tra i piedi per potermi tenere sotto controllo anche quando giocavo sporco, facevano finta di nulla e mi davano pacche sulle spalle i bastardi proprietari di alberi.
Ma quella mattina di sole…
Eravamo tutti lì, pronti per cominciare a buttarli giù gli alberi. Non so come mi venne in mente ma lo feci: saltai improvvisamente in piedi su una cassetta di legno, di quelle dove si stipano le saponette che usavamo per lavarci le mani dopo il lavoro, saltai su e mi misi a gridare e poi il grido divenne una canzone:
In piedi su una cassetta di legno. Come cantando.
Lavoratori di tutto il mondo unitevi; lotteremo fianco a fianco per la libertà: e quando avremo il mondo e le sue ricchezze, agli sfruttatori canteremo una canzone: “Mangerai, prima o poi mangerai, se a cucinare imparerai; spacca la legna che ti fa bene, e mangerai, prima o poi mangerai.
Scende. Si siede sulla cassetta.
La chiamavamo free speech fights, sacrosanta lotta per la libertà di parola…
Loro, i padroni, riuscirono ad impedire a noi lavoratori organizzati di tenere comizi agli angoli delle strade. Arrivarono a minacciare l’arresto per chi solo ci avesse provato.
Ci voleva ben altro per impedire ai lavoratori di parlare!
Era il mese di Novembre, Novembre 1909: John Panzer e Walter T. Nef erano due dei nostri. Vennero a sapere che c’era bisogno di loro a Spokane, nello stato di Washington; saltarono su un treno merci senza pensarci troppo e presero parte ad una delle più grandi battaglia per la libertà di parola che la storia ricordi.
Panzer e Nef come tanti altri, quando arrivò il loro turno, rovesciarono la cassa per il sapone e presero a fare propaganda fino ad essere arrestati come altri 600 lavoratori prima di loro. Tutti insieme, dandosi il cambio di volta in volta, in piedi su quelle casse per il sapone rovesciate!
Per cinque mesi uno alla volta i lavoratori saltavano sulle casse e parlavano sino a perdere la voce, sino a finire stipati dentro celle umide e piene di topi. Il coraggio e l’ostinazione di Panzer e Nef e di tutti gli altri, costrinsero le autorità locali a cedere: vennero tutti rilasciati e tornarono alla loro propaganda.
Si tennero un numero incredibile di free speech fights in giro per il paese: a Fresno, due anni dopo, il direttore della prigione fece scaricare acqua gelida dai pompieri addosso ai detenuti e nel 1912 a San Diego, Ben Reitman, uno dei nostri, venne rapito dai vigilantes che lo spalmarono di pece e gli appiccicarono sopra delle piume d’uccello fino a ricoprirlo completamente: i lavoratori organizzati non smettevano però di marciare, di tenere comizi sulle loro cassette per il sapone ed i poliziotti erano disorientati da tutta quella gente che accorreva per i comizi, le prigioni non riuscivano a tenere dentro tutti gli arrestati e succedeva sempre che erano i lavoratori a spuntarla sui proprietari d’industria, sulle autorità locali ed i loro uomini armati. Non c’era prigione negli Stati Uniti d’America che avrebbe potuto contenerci tutti, noi eravamo una grande unione e non stavamo dentro le loro celle strette, umide e piene di topi.
La chiamavamo free speech fights, sacrosanta lotta per la libertà di parola…
In piedi sulla cassetta rovesciata, di nuovo. Con enfasi come ad incitare la folla
Correte, correte tutti: al ladro! Al ladro! Forza, prendetelo, è lì… anzi no, è di là, correte prendetelo il ladro! Sta scappando, forza correte, acciuffatelo il ladro!
Quel maledetto mi ha derubato anche oggi, come ieri e ieri l’altro. Ha derubato me ma anche voi, il ladro. E’ necessario che uniamo le nostre forze per acciuffarlo.
Mi spiego, signori: si da il caso che il ladro a cui si fa riferimento altri non è che il Signor Capitale. Ma sì… è proprio quello che ci deruba quotidianamente, che approfitta del nostro lavoro per fregarci nostro malgrado. E’ un ladro questo Signor Capitale ed è giunto il momento di dargli la sveglia!
Al ladro! Al ladro! Acciuffate il Signor Capitale che ci vuota le tasche e ci riduce alla fame!
Scende.
La chiamavamo free speech fights, lotta per la libertà di parola… sacrosanta!
Di là e di là e di là la gente che accorreva, tanta, numerosa, incuriosita ma senza capire cosa stava succedendo così all’improvviso e noi, in piedi su quella cassa per il sapone a cantare, recitare, fare propaganda… ad aspettare di essere trascinati dentro da due energumeni in divisa ma, nello stesso tempo consapevoli d’essere immediatamente sostituiti lì sopra, su quel palco improvvisato.
Raccogliemmo queste canzoni in una specie di canzoniere, “Il piccolo canzoniere rosso”. Le nostre canzoni venivano riprodotte sui giornali, sui volantini, alcune venivano addirittura vendute in giro, sotto forma di spartiti, per finanziare la nostra organizzazione. Si tenevano concerti improvvisati, veri e propri comizi nelle piazze ma anche nei teatri.
Io stesso ho scritto canzoni e le ho cantate e suonate in giro. Niente di serio per carità… le mie canzoni ci davano dentro ma facevano soprattutto ridere: il signor Testa Quadra o il macchinista Casey Jones, due pezzi di crumiri che se ne volarono dritto dritto all’Inferno a spalare zolfo per conto del Diavolo!
Cantavo:
Sulla cassa. Come in un free speech fight.
Casey Jones se ne volò all’Inferno. “Casey Joens?”, disse il diavolo, “Bene! Casey Jones dacci sotto a spalare zolfo: questo è il premio per il crumiraggio alla Southern Pacific!
I lavoratori che erano lì ad ascoltare ridevano di Casey Jones e di Testa Quadra ma si convincevano soprattutto della necessità di restare uniti nella lotta. Noi prendevamo così le distanze dai crumiri, ridendo di loro, cantandogli in faccia la loro miserabile condizione.
QUADRO 3
L’INDUSTRIAL WORKERS OF THE WORLD
Torna a sedere sulla sedia. Come in un interrogatorio. Di nuovo.
Non ho molto da dire sulla mia persona.
Il mio nome è Joe Hill. Vengo dalla Svezia e dal 1910 sono un membro dell’IWW che sta per Industrial Worker of the World, lavoratori d’industria del mondo intero. Dal 1913 sono segretario della sezione di San Pedro.
Fu il mio amico Bill Haywood che tutti chiamavamo Big Bill per via della sua corporatura enorme, fu lui insieme ad altri 220 delegati in rappresentanza di 60.000 lavoratori, ad aprire il congresso continentale della classe operaia che portò alla nascita dell’Industrial Workers of the World. IWW appunto.
Chicago. 1905. Dirompente Big Bill: non potete neanche immaginare il carisma di questo minatore dal fisico gigantesco mentre si rivolgeva ai delegati!
Ma non solo lui…
Presero la parola in tanti, un entusiasmo incredibile, c’era come il senso del nuovo a portata di mano.
C’era gente del calibro di Thomas Hagerty, Eugen Debs, Ralph Chaplin e le incredibili donne Elizabeth Gurley Flynn e Mamma Jones: tutti insieme, uomini e donne, alla fine, gridarono per tre volte “EVVIVA!” e tutti nella sala si abbracciarono, battendo le mani, saltando in piedi sulle panche di legno. Nacque così il sindacato degli Industrial Workers of the World, il sindacato di quei lavoratori rivoluzionari che presto tutti cominciarono a chiamare Wobblies.
Il grande Bill Haywood, rivolgendosi ai Wobblies, disse subito come stavano le cose perché tutto fosse chiaro sin dall’inizio: “Non mi interessa se i lavoratori specializzati si iscriveranno agli IWW oppure no!” Disse.
Perché non doveva essere come con gli altri sindacati di mestiere e corporativi che i lavoratori se li sceglievano ed ai quali chiedevano dei soldi per entrare; l’IWW apriva ad ogni tipo di lavoratore anche a quelli dequalificati, senza mestiere e senza potere, senza distinzione di razza, credo, colore, sesso. “Nei macelli non ci sono più macellai” gridava Big Bill “ci sono solo una infilata di uomini la cui specializzazione sta solo nel fare la loro piccola parte!”. Tutti i lavoratori, specializzati e non, dalla pelle bianca o nera o gialla, tutti noi eravamo la stessa cosa. Questo diceva Bill Haywood!
Ci convincemmo immediatamente che il nuovo sindacato era qualcosa di diverso da tutti gli altri: tutti i lavoratori insieme in una unica grande unione, per la prima volta nella storia! Questo furono i Wobblies: internazionalisti, anarchici, socialisti, rivoluzionari… e per questo avevamo tutti contro, dalle associazioni imprenditoriali alle Trade Unions come l’American Federation of Labor, ai partiti politici, ai tribunali. Per neutralizzarci utilizzavano le milizie statali e private ma soprattutto i crumiri che non sopportavamo in nessun modo, che ostacolavamo con energia, decisione, con durezza se necessario: avevamo lo sciopero o anche una certa maniera di… prendercela comoda nel fare quello che dovevamo fare nelle fabbriche o nelle miniere, fino addirittura al rifiuto totale del lavoro.
Tra i Wobblies cominciò a girare quella che poi divenne una convinzione indiscutibile: “Un’offesa a uno è un’offesa per tutti!” Per questo ci sentivamo i più forti. E forse, per un certo tempo, lo fummo davvero.
QUADRO 4
LA CONDANNA A MORTE
Ci sono buoni motivi per credermi estraneo all’omicidio dei Morrison: c’è la questione dei proiettili, c’è che io non potevo essere contemporaneamente in quella drogheria ed altrove, ci sono altri indiziati su cui poco si è indagato, ci sono testimonianze di persone che…
Ma la verità è che i giochi sono già fatti ormai: la mia condanna a morte è necessaria agli… affari dei proprietari delle miniere di rame. Sono loro che decidono della mia vita. Non i fatti.
Certo, potrei immediatamente rivelarli i fatti e dire che il proiettile che mi sono beccato proprio qui, non è partito dall’arma dei Morrison ma da…
Potrei rivelarvi che a causa di una donna…
Potrei esporre i fatti e fare i nomi delle persone… la donna con cui ero, l’uomo che mi ha sparato a bruciapelo accecato dalla gelosia…
Ma non sono uno che parla, io.
E poi non servirebbe a nulla perché i proprietari delle miniere di rame troverebbero il modo rovesciarli ancora… i fatti.
Mi aspetta il plotone d’esecuzione lì fuori: ne ho già prese tante di pallottole e certo qualcuna in più non farà la differenza.
Per carità, non voglio passare per un eroe… ora ho paura, molta paura, non voglio morire.
Ma cosa posso fare per evitarlo?
Nulla. Nulla.
Ed allora non resta che sperare che tutto accada al più presto, l’attesa mi fa paura, questa paura è insopportabile.
Presto, fate presto e soprattutto non piangete per me, non perdete tempo a farlo ma organizzatevi piuttosto, organizzatevi!
Fine
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Lo spirito dei Wobblies

di Bruno Cartosio
Le grandi figure delle lotte e dell'organizzazione operaia negli Stati Uniti sono stati quasi sempre operai loro stessi. Molti di loro hanno pubblicato autobiografie, più che scritti teorici: da Terence Powderly, dei «Knights of Labor», a Samuel Gompers, padre padrone dell'American Federation of Labor, a William «Big Bill» Haywood, Elizabeth Gurley Flynn, Ralph Chaplin e «Mother» Jones, rappresentanti dell'Industrial Workers of the World per buona parte della loro vita. Di alcuni - uno dei più grandi, Eugene Debs, e uno dei più dottrinari, Daniel De Leon - sono stati raccolti scritti sulla natura, teoria e strategia dell'organizzazione politica e sindacale operaia, nessuno dei quali è paragonabile agli scritti teorici degli intellettuali marxisti e anarchici europei loro contemporanei (o a quelli, bisogna dire, degli operai fondatori del movimento operaio negli stessi Stati uniti del primo Ottocento, la cui cultura politica aveva radici profonde). La difficile saldatura tra teoria e prassi politico-sindacale non è facilmente sintetizzabile. Tuttavia, possono essere almeno ricordati alcuni degli elementi di difficoltà. I tempi accelerati dell'evoluzione sociale, produttiva e politica che sovvertiva continuamente l'ordine delle cose. La schiavitù, il nativismo xenofobo e il razzismo che escludevano gli afroamericani e presiedevano all'emarginazione iniziale dei gruppi immigrati poveri e non protestanti. Le diversità di lingua, cultura, religione e composizione sociale d'origine che frazionavano il mosaico dei milioni di immigrati operai ed erano sia l'ostacolo interno alla loro unione, sia il vantaggio di partenza su cui i padroni potevano contare per comandare tenendo divisi i lavoratori.
Infine, l'elemento su cui mette l'accento la parte finale dell'autobiografia di Big Bill Haywood: la repressione, brutale e diretta, attuata con ogni mezzo, dei movimenti sociali e politici di opposizione prima che la loro esperienza potesse sedimentare la cultura politica necessaria a un'elaborazione teorica non occasionale o di breve respiro. Con la repressione furono fatti fuori i «Knights of Labor» dopo il 1886 - dopo gli scioperi per le otto ore e i «fatti di Haymarket» che hanno dato il Primo Maggio al mondo - e con attacchi ancora più brutali furono distrutti tra il 1917 e il 1922 Iww, socialisti, comunisti, anarchici e dissenzienti di varia natura. Senza l'eliminazione degli altri, forse l'Afl non sarebbe rimasta l'unico filo di continuità nella storia del movimento sindacale negli Stati Uniti.
La storia di una vita come quella di «Big Bill» Haywood, nato nel 1869, raccoglie e racchiude gli elementi appena sintetizzati. Le parole di un minatore irlandese e l'esperienza in miniera insegnano all'adolescente Bill i rudimenti della lotta di classe e lo portano a entrare nei «Knights of Labor», la prima organizzazione di massa dei lavoratori negli Stati Uniti. Nel 1896, dopo che la repressione aveva pressoché spazzato via i Knights of Labor, entra nella Western Federation of Miners (Wfm), il combattivo sindacato dei minatori metalliferi dell'Ovest, nato tre anni prima.
Nella Wfm, Haywood viene eletto segretario-tesoriere nel 1901. Ne diventa anche la figura più popolare: grande e grosso, generoso, pieno di energia, spirito combattivo e oratore trascinante, Haywood si conquista la fiducia dei minatori in lotte di grande violenza. Diventa figura di portata nazionale: nel 1905, sotto la sua presidenza, si apre a Chicago il «Congresso continentale della classe operaia», l'atto fondativo dell'Iww, cui la Wfm contribuisce il contingente più numeroso.
Da quel momento e fino al 1920, la storia personale di «Big Bill» Haywood è indissolubile da quella dell'Iww. E' una storia a tratti esaltante, in occasione di grandi vittorie come quelle dei minatori di McKees Rocks o di Spokane del 1909 o dei tessili di Lawrence del 1912; e a tratti deprimente, come nel caso della straordinaria lotta dei setaioli di Paterson del 1913 finita con la sconfitta. Spesso Haywood finisce sul banco degli imputati, come quando nel 1906 viene letteralmente, illegalmente deportato dal Colorado all'Idaho perché una montatura di padroni minerari, autorità politiche, polizia e agenti Pinkerton gli attribuisce l'accusa di avere fatto assassinare il governatore dell'Idaho. In altri casi le cose non sono così potenzialmente disastrose, ma l'antisindacalismo padronale con cui tribunali e politica sono largamente conniventi - non del tutto, per fortuna, come racconta lo stesso Haywood - rendono assai dura la vita a lui e ai suoi compagni.
Allo scoppio della prima guerra mondiale, gli Iww e i socialisti statunitensi (incluse le diverse componenti «nazionali» che del Partito socialista facevano parte) si dichiararono contro la guerra. E nel 1917, dopo l'entrata in guerra degli Stati Uniti (e dopo la vittoria della Rivoluzione in Russia), un'ondata di paura e di sciovinismo patriottico scatenò contro di loro e contro gli anarchici una repressione isterica. Gli wobblies furono destinatari di una violenza senza precedenti: sedi razziate e distrutte dalla polizia; militanti linciati, picchiati, incarcerati a centinaia. Più in generale, grazie alle leggi di emergenza varate ad hoc, migliaia di oppositori furono processati e finirono in carcere, centinaia furono deportati nei paesi da cui erano venuti; la stampa di sinistra fu sequestrata e distrutta, soppressa, censurata o esclusa dalla circolazione. Archivi, corrispondenza, carte, registri delle organizzazioni - dell'Iww in particolare - furono sequestrati o distrutti. «L'Iww era paralizzata - ammise Haywood nel 1920 -. Il ministero della giustizia aveva sbatacchiato l'organizzazione come un bulldog sbatacchia un sacchetto vuoto».
Lui stesso, a quel punto, era stato in carcere per quasi due anni. Uscito su cauzione, e ormai malato di diabete, ulcera allo stomaco e stanco, organizzò l'Ufficio di difesa legale dell'Iww. Era anche tornato a bere. Dopo un'iniziale fase positiva cominciò a perdere colpi e i compagni che lo aiutavano, privi dell'esperienza di quelli in carcere, non erano in grado di ovviare alle sue trascuratezze e sviste, ai suoi errori e alla sua stanchezza. Inoltre, le tensioni interne erano acutizzate dalle difficoltà economiche, legali e organizzative. Della sostituzione di cui fu oggetto, con ritegno, scrive solo che «segretario del Comitato generale di difesa venne eletto John Martin». Mentre faceva giri di conferenze per raccogliere fondi e tenere viva una qualche opposizione, giunse a conclusione il percorso legale che lo riguardava. La condanna a vent'anni di galera avrebbe messo fine alla sua libertà su cauzione.
Invitato dai bolscevichi a espatriare nella Russia sovietica e a partecipare al varo dell'Internazionale sindacale rossa, Haywood - che aveva partecipato alla fondazione del Partito comunista negli Stati Uniti nel 1919 e si era iscritto al partito - decise di lasciare il paese. Il 31 marzo 1921 si imbarcava con un passaporto falso a Hoboken, sulla sponda del New Jersey di fronte a Manhattan, sulla Oscar II diretta a Riga, in Lettonia. Uscito sul ponte proprio mentre la nave passava davanti alla statua della Libertà, scrive: «Salutando la vecchia megera con la sua fiaccola levata, pensai: `Addio, per troppo tempo mi hai voltato le spalle. Me ne vado nel paese della libertà'». Il racconto autobiografico di Big Bill Haywood finisce qui. Le ultime poche righe sono dedicate al primo incontro con Lenin, avvenuto qualche giorno dopo l'arrivo a Mosca: «Avevo chiesto al compagno Lenin `se le industrie della Repubblica dei Soviet sono dirette e amministrate dagli operai'. La sua risposta fu: `Sì, compagno Haywood, è questo il comunismo'». Col senno di poi, pochi gli avrebbero perdonato quella fiducia, che pure tanti altri allora condivisero.
Agli anni di «Big Bill» in Urss fino alla morte nel 1928, agli effetti negativi della sua «diserzione» - come la chiamarono una parte dei suoi compagni - sull'Iww, e alla scrittura dell'autobiografia sono state dedicate molte pagine. Alcune, per esempio quelle scritte dal wobbly Ralph Chaplin vent'anni dopo la sua morte, sono condizionate dal risentimento personale e dall'anticomunismo; in altre, come quelle in cui Emma Goldman racconta dei loro incontri a Mosca, risaltano insieme l'umana simpatia per l'antico compagno di lotta e la disapprovazione per la sua assenza di critica politica verso i bolscevichi. I biografi come Peter Carlson e gli storici, da Melvyn Dubofsky a Philip Foner, sono stati sostanzialmente equanimi nei suoi confronti. A Mosca, Haywood fu accolto come un eroe, scrive Carlson in Roughneck: «I delegati al Congresso dell'Internazionale comunista lo applaudirono alzandosi in piedi»; ma il resto dei suoi anni non furono altrettanto esaltanti.
A lui e a un altro wobbly di origine olandese fu affidata alla fine del 1921 l'organizzazione della colonia industriale di Kuzbas, nel bacino carbonifero di Kuztnez. Haywood prevedeva di far venire alcune migliaia di minatori e tecnici dagli Stati Uniti, ma ne arrivarono meno di 500, con mogli e figli al seguito. Poi, i problemi di salute costrinsero lui a lasciare la Siberia per Mosca e la durezza della vita convinse molti ad abbandonare il progetto. Haywood rinunciò all'incarico nel 1923. Fece conferenze in giro per il paese e, dalle sue due camere nell'Hotel Lux, iniziò la stesura dell'autobiografia. Tutti gli americani di passaggio a Mosca gli facevano visita e molti giornalisti e militanti - tra cui anche l'italiano Nicola Vecchi, dell'Unione sindacale italiana - ebbero interviste con lui.
Da una di queste, concessa al corrispondente da Mosca del New York Times, Walter Duranty, risulta che abbia detto: «Il problema di noi vecchi wobblies è che noi sappiamo come dargliele ai crumiri, alle guardie delle miniere e alla polizia, o fare discorsi di battaglia a una folla di scioperanti, ma non la sappiamo così lunga come i russi su queste cose ideologiche... Questi russi danno un mucchio d'importanza alla teoria ideologica e, se non stanno attenti, finiranno per fare a pugni uno di questi giorni». Stanco, malato, vinto dalla nostalgia e forse dalla delusione, ma non cieco, il vecchio wobbly.
Nel 1948, Ralph Chaplin ipotizzò che tutto quanto Haywood scriveva a Mosca, dalle lettere ai compagni negli Stati Uniti all'autobiografia, fossero controllate. «Una cosa era sicura - scrive Chaplin con un'impossibile certezza - le lettere di Bill mi sembrava che venissero scritte con qualcuno che gli soffiava sul collo. Mi arrivarono voci che stava segretamente scrivendo un diario in cui raccontava la storia vera delle sue esperienze nella `Patria dei lavoratori' e che aveva predisposto le cose in modo tale che nel caso della sua morte mi fosse trasmesso tramite un corriere». Gli storici sono invece molto meno propensi a credere a un controllo esterno sulla sua mano. Del resto, la qualità stessa dell'autobiografia - gli scompensi, una qualche disorganicità e alcuni errori, ma anche la vivezza non burocratica di tante parti della narrazione - non sembra sostenere una tale ipotesi; sembra piuttosto corrispondere ai modi in cui potevano funzionare un umore e una lucidità variabili e una memoria divisa tra selettività, reticenza e impulso a dire la verità.
Di fatto, Haywood non tornò più negli Stati Uniti da vivo. Due diversi attacchi di paralisi schiantarono la «vecchia quercia», come lo aveva definito affettuosamente Emma Goldman. Morì il 18 maggio 1928. Fu cremato e mentre metà delle sue ceneri furono sepolte il giorno dopo ai piedi delle mura del Cremlino, a fianco di quelle dell'altro americano John Reed, l'autore dei Dieci giorni che sconvolsero il mondo, l'altra metà fu spedita negli Stati Uniti, dove fu sotterrata nel cimitero di Waldheim, dietro il monumento che ricorda i «martiri di Chicago» impiccati nel 1887, e fianco a fianco con Lucy Parsons, Emma Goldman, Elizabeth Gurley Flynn, Joe Hill, William Z. Foster e altri wobblies e militanti della sinistra negli Stati Uniti.
* prefazione al libro «Big Bill», autobiografia di William «Big Bill» Haywood, uno dei fondatori degli «Industrial Workers of The World», pubblicata recentemente da manifestolibri.
scritta da Bruno Cartosio
22:04 Scritto da: inferetici in opinioni | Link permanente | Segnala | Tag: operaismo, immigrati, repressione, bill haywood, sindacato, iww, wobblies | OKNOtizie |
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giovedì, 20 dicembre 2007
"Pensare il Nursing contro sè stesso" - EDITORIALE - Dicembre 2007

di Luca Littarru
Quel che sarà Infermieri Eretici non so.
Son passati troppi anni per azzardare previsioni, troppi da quel 26 maggio del 1999 quando pubblicammo le prime pagine. Sono passati quasi 10 anni.
Quel che sarà Infermieri Eretici non so.
So che all'inizio c'era Ruggero, e c'era la pioggia quando a dicembre di 8 anni fa gli presentai l'articolo Millennium Drug. Ricordo, tutti temevano il cortocircuito dei pixel all'arrivo del nuovo millennio, mentre noi si pubblicava una ricerca sull'effetto del proibizionismo delle droghe leggere, e del Millennium Bug ce ne fregavamo.
Non lo so quel che sarà di Infermieri Eretici.
So che poi arrivarono Lorenzo Marvelli, Francesco Falli, Giancarlo Brunetti, Simona Conca e tanti altri, non cito tutti ma non ho dimenticato nessuno.
Alcuni, come Lorenzo, sono ancora qui su queste pagine a scrivere eresie. Altri, come Giancarlo, di eresie in questi anni ne ha pubblicate parecchie su NIM. Altri hanno scelto altre strade, diverse dalle nostre. Altri ancora persi per sempre.
Non lo so proprio quel che sarà di Infermieri Eretici.
So che queste pagine diranno molte parolacce tipo "corpo, viedosorveglianza, potere, Foucault, Artaud, metropoli, zattere, Nietzsche. Infermieri".
So che non basta più il nursing sociale. So che il nursing scientifico non ci è mai bastato. So che è urgente paralre di movimento, globalizzazione, filosofia, arte...so che ci metteremo di mezzo il corpo.
So che l'occidente è, come vuole la parola, "terra della sera". So che non desidero più farmi abbagliare dal suo tramonto di fuoco mentre staglia il mio profilo su un falso e meraviglioso orizzonte, volendo così nascondere le ombre che sulla terra si fanno sempre più lunghe e scure.
So che di scientifico c'è poco nel nursing, se per scienza intendiamo la pura dottrina. Se la scienza si definisce in tal modo grazie alle dimostrazioni empiriche, come possiamo pretendere di rendere scientifico qualcosa che si occupa di uomini e donne? So che se nel nursing c'è qualcosa di scientifico, questo qualcosa riguarda il corpo.
So che Infermieri eretici vorrebbe, una volta per tutte, obbligare il nursing a pensare contro se stesso.
So che ora riporterò l'editoriale che scrissi quasi 10 anni fa, il primo editoriale di Infermieri eretici. Contropotere, il titolo che scegliemmo. Allora come oggi, nel titolo del primo editoriale la parola "contro", dove non si vuole intendere una disgiunzione (tipo il bene contro il male) semmai si vuole intendere un "altrimenti" possibile. Un "altrimenti" non disgiunto, e che all'idea bivalente (il bene e il male, il giusto e lo sbagliato, il corpo e la mente, la scienza e la filosofia) opponga un'idea di senso contr(aria) ad ogni disgiunzione.
Mi pare che quell'analisi, a distanza di anni, si sia rivelata azzeccata e mi pare che, nonostante l'età, sia ancora molto attuale.
Davvero non ci resta che piangere, diceva il buon Benigni in uno dei suoi più straordinari film. Il salotto buono della professione infermieristica, dopo aver festeggiato condivisibilmente l'abrogazione del mansionario e il nuovo Codice Deontologico, piange il mancato appuntamento con la legge che avrebbe dovuto sancire finalmente la Laurea in Scienze Infermieristiche. Piange e dice che abbiamo mancato un appuntamento storico con l'evoluzione della specie. Condividiamo in parte, ci sembra però che si perda di vista il vero motivo per rattristarsi. E' un po' come quando muore una persona famosa, magari una brava persona. Per carità, dispiace, tutti i media ne parlano e magari ci rattristiamo per la perdita. Ma, come al solito, i media si dimenticano delle migliaia di persone che ogni giorno muoiono, persone che non sono mai state alla ribalta delle cronache, persone che ogni giorno lottano contro la fame, la guerra, le malattie. I media, di questo, si dimenticano quasi sempre. Ed è un motivo più che valido per rattristarsi davvero, al di là dell perdita di un singolo individuo. Il salotto buono della professione infermieristica mi ricorda un po' questi media qua. Ci raccontano che abbiamo mancato un appuntamento storico, che la dirigenza avrebbe significato una svolta per tutti (per tutti?) gli infermieri, anche e specialmente (specialmente?) per gli infermieri di base. Puo' darsi. Poi queste stesse persone che celebrano il lutto con fiumi di inchiostro e di parole ci raccontano, questa volta con i fatti oltre che con le parole, che se ne fottono di quella fetta di infermieri professionali che non ha UN ALTO LIVELLO DI COSCIENZA, se ne fottono e si permettono di dire che se il 70% degli infermieri non ha la coscienza del valore della nostra professione allora concentreremo tutte le forze sul restante 30%. Siamo stufi delle contraddizioni del potere. Il potere che prima ci dice che la Laurea sarebbe stata una conquista di tutti e poi ci dice che se ne frega se il 70% degli infermieri non ne coglie l'importanza. Di contraddizioni del pensiero ne son piene le fosse. E il potere, nel suo delirio contraddittorio, diventa CONTROPOTERE. Noi rilanciamo subito la palla. Nessuna dirigenza laureata potrà essere vincente e cambiare il volto della professione se non avrà un base il più possibile cosciente di tale svolta. Per cui piangiamo per la Laurea mancata ma piangiamo e lottiamo ancora più forte per avere una base infermieristica cosciente dell'importanza di determinate cose. Nulla puo cambiare il volto della professione senza una coscienza di base forte e maggioritaria, neanche la Laurea. Non siamo noi, è la storia che ce lo insegna. Tutte le rivoluzioni sono fallite perchè condotte da pochi uomini illuminati senza l'appoggio delle masse coscientizzate. Il volto della professione cambierà solo partendo dal cambiamento degli uomini e delle donne, dal basso verso l'alto e non viceversa.
00:45 Scritto da: inferetici | Link permanente | Segnala | Tag: editoriali | OKNOtizie |
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Congiura degli estranei ed allegria di naufraghi

La storia dei movimenti rivoluzionari del Novecento è stata dominata da una visione storicista e dialettica: alla totalità oppressiva del capitale si opponeva la totalità liberatoria del comunismo, destinata a superare le contraddizioni e l'alienazione del presente..
Entro questa visione sembrava possibile abolire l'alienazione per superarla in una forma di società superiore in cui l'uomo non fosse più estraneo al prodotto del suo lavoro. Come sappiamo quest'ideologia è fallita miseramente. Ma se prescindiamo dall'ideologia, se studiamo la dinamica obbiettiva dei movimenti, la loro storia materiale e simbolica, ci rendiamo conto del fatto che in essi ha agito una visione di tutt'altro genere, niente affatto totalizzante, niente affatto dialettica. Invece di pretendere il superamento dell'alienazione attraverso la realizzazione di un altro mondo (possibile?), la spontaneità della vita quotidiana oppone l'estraneità all'alienazione. In verità non dovremmo parlare di opposizione, ma piuttosto di fuga, di sottrazione, di scismogenesi seminclandestina. I movimenti spontanei della vita quotidiana hanno cercato di sottrarsi e di nascondersi per sfuggire alle conseguenze dello sfruttamento e della guerra. Quando il corpo era sottomesso allo sfruttamento industriale, ma la mente rimaneva inoperosa ed esclusa dal circuito della produzione, era possibile fare anima collettivamente, creare circuiti di vita intelligente, comunità intelligenti ed affettuose: la vita intellettuale del Novecento coinvolgeva nella comunità autonoma gli operai il cui corpo era incatenato. Questo è stato possibile fin quando l'oppressione capitalistica si manifestava nella sua forma industriale, fin quando cioè il dominio si esercitava sul corpo del lavoratore. Ma come è possibile rimanere estranei al dominio del capitale, quando la Metamacchina si è messa a ronzare nelle nostre teste, quando gli
automatismi tecnici, psichici e relazionali invadono lo spazio della vita quotidiana? Nella società postindustriale lo sfruttamento penetra nei circuiti dell'attività mentale, creativa, emozionale. Il lavoro intellettuale massificato prende la forma sociale del cognitariato, lavoro della conoscenza costretto a vendersi in cambio di un salario spesso scarso e intermittente. L'attività intellettuale è catturata dentro il processo di valorizzazione, resa tecnicamente dipendente. Com'è possibile riprodurre autonomia sociale entro le condizioni dell'epoca precaria, quando l'attività mentale è catturata dalle routine dello sfruttamento e sottoposta alla pressione aleatoria e imprevedibile di un mercato del lavoro frammentario? Quando il corpo fu messo al lavoro dal capitalismo industriale disciplinante, l'intellettuale rivoluzionario si appellò all'anima. L'anima dell'operaio rimaneva estranea allo sfruttamento che consumava il suo corpo. Ma ora che l'anima è messa al lavoro, dove si troveranno le energie capaci di riattivare autonomia, indipendenza dalle regole dominanti? Probabilmente nel corpo, ma questo si vedrà. La storia dei movimenti spontanei della vita quotidiana è stata essenzialmente una congiura degli estranei. La comunità autonoma e la vita felice non sono state rese possibili né dai grandi partiti di massa, né dalla partecipazione politica democratica. Anzi, queste forme di partecipazione hanno contribuito a rafforzare le catene, a illudere i lavoratori che un mutamento positivo fosse possibile nella sfera dello sfruttamento capitalistico. E i partiti politici hanno sfruttato le rivolte operaie per creare e rafforzare il potere di burocrazie. Solo l'estraneità, il rifiuto del lavoro hanno reso possibile la liberazione di spazi urbani, di aree temporali più o meno vaste o limitate. Solo il rifiuto di partecipare ai rituali della democrazia rappresentativa e il disprezzo per la dittatura economica del capitale, solo l'astuzia dell'illegalità, il sabotaggio silenzioso hanno reso possibile la conquista di qualche momento di vita felice. Chi ha creduto di poter "costruire un altro mondo possibile", chi ha creduto di poter cambiare la vita partecipando alla vita politica della democrazia rappresentativa è rimasto intrappolato in un gioco di specchi e nell'infinito rinvio della felicità in un futuro improbabile. Nessun altro mondo è possibile se non questo. Ma come dice Eugenio Montale, che forse tra i poeti del Novecento è quello che meglio ha anticipato il significato della parola autonomia: La storia non è poi La devastante ruspa che si dice. Lascia sottopassaggi, cripte, buche E nascondigli. C'è chi sopravvive. La storia è anche benevola: distrugge Quanto più può: se esagerasse certo Sarebbe meglio, ma la storia è a corto di notizie, non compie tutte le sue vendette.
La storia gratta il fondo Come una rete a strascico Con qualche strappo e più di un pesce sfugge. Nel ventesimo secolo, dunque, è stata l'estraneità la via della libertà, dell'uguaglianza, della felicità che si nasconde in qualche anfratto e che attira gente, costituisce comunità. Fin quando il potere non scopre quel nascondiglio, e manda allora le sue truppe di recuperatori politici o di poliziotti assassini. L'anima connessa Ma oggi come proporre una congiura degli estranei? Nessuno può estraniarsi dal ciclo continuo dello sfruttamento, della mobilitazione produttiva, della partecipazione alla trappola partecipativa. Tutti appaiono terribilmente tristi, ansiosi perché a nessuno è concessa l'autonomia della mente. E il paradosso attuale è proprio questo: finché lo sfruttamento si esercitava sul corpo, la mente poteva rimanere (relativamente) libera, e da quella relativa libertà poteva costituire comunità estranea, e i corpi potevano così costruire provvisori spazi di felicità collettiva. Ma quando oggetto dello sfruttamento è la mente, allora nulla più rimane libero, neppure relativamente, e il corpo soffre di una contrazione ansiosa che impedisce il rilassamento erotico. L'anima connessa è incapace di estraneità, perché la connessione impedisce l'autonomia della solitudine, e al tempo stesso impone la solitudine della dipendenza cellularizzata. Nessuno può essere solo, tutti debbono partecipare del processo di mobilitazione permanente che è reso possibile dalla connessione ininterrotta. I cellulari squillano per chiamarci alla mobilitazione produttiva, il debito ci rincorre obbligandoci a rispondere al richiamo cellulare, se non vogliamo sprofondare nella miseria e nel fallimento, se non vogliamo essere cacciati dalla miserabile casa che il mutuo ci ha permesso di comprare. Ininterrottamente siamo esposti alla comunicazione pubblicitaria che invade ogni spazio dell'attenzione visiva uditiva emozionale. La comunità obbligatoria ci impedisce di essere soli in qualsiasi momento del giorno e della notte. E al tempo stesso la solitudine ci opprime, perché l'affollamento al quale partecipiamo non è compresenza di corpi amici capaci di carezze, ma competizione tra anime incapaci di districarsi. Affollati e solitari, come diceva David Riesman in un libro del 1950 che oggi andrebbe riletto. Il panorama europeo si presenta oggi come un panorama di desolazione psichica senza fine. Ci sono cervelli in rete che hanno perduto ogni contatto con i loro corpi. Il cognitariato è la classe di coloro che hanno perduto l'indipendenza dell'anima perché la loro mente funziona solo rispondendo a stimoli di connessione. Richard Florida, nei suoi libri sulla genesi e le evoluzioni della classe creativa, parla di un mondo che non esiste. E' vero che ci sono luoghi in cui vengono stimolate le facoltà creative, come lui racconta. Ma le città in cui la creatività viene messa al lavoro presto si rivelano luoghi senza socialità, luoghi in cui l'anima connessa non riesce più a trovare il suo proprio corpo. E i corpi privi della loro anima si incontrano in luoghi rumorosi nei quali è inutile parlare, perché le parole si emettono soltanto nel tempo della connessione produttiva. Corpi senza parole, parole senza corpo, questa è la condizione dimiseria in cui è cresciuto il cognitariato. La classe creativa di cui parla Richard Florida è la classe virtuale di cui parla Arthur Kroker: una classe doppiamente virtuale, perché agisce nella sfera della connessione virtuale, e non riesce mai ad esistere carnalmente nella città reale. A un certo punto però il cervello si mette a mal funzionare, o funziona in maniera contratta, perché non sente più il corpo. Il cognitariato è la condizione di sofferenza e di questa scissione. Ma come può la prima generazione connettiva ricomporre il corpo e la parola, dal momento che essa si installa in una condizione di scissione fin dall'inizio della sua esperienza sociale? Non credo che ci sia nessuna possibilità di ricomposizione per via politica. L'accesso alla politica è divenuto pressoché impossibile per la prima generazione connettiva. Non che siano incapaci di comprendere quel che gli accade, anzi. La consapevolezza è altissima, nella prima generazione connettiva, ma non riesce a saldarsi con il corpo, e non riesce a trasformarsi in azione. Le ribellioni sono brevissime, durano qualche giorno nel migliore dei casi. In certi casi la ribellione è un'esplosione di pochi secondi che si manifesta nell'azione suicida. Non esiste nessuna esperienza politica di lungo periodo perché i corpi non sono più in grado di convivere in uno spazio sociale, abitativo,affettivo. La vicinanza dei corpi provoca presto panico, fastidio, insofferenza, perché sono privati della pellicola del linguaggio. E il linguaggio nel quale sono immersi è privato della carnalità del corpo. La sensibilità, facoltà di interpretazione dei segni non verbali non appartiene più allo spazio della comunicazione. La comunicazione connettiva è comunicazione senza sensibilità. Nessuna costruzione comunitaria è possibile, in queste condizioni cognitive e psichiche. Nessuna organizzazione politica è possibile. Nella città del naufragio Credo che una prospettiva di autonomia sociale riemergerà soltanto dal naufragio. Non sto parlando di esodo. Esodo è una parola fascinosa che però non significa gran che. Dove dovremmo andare, infatti? E perché dovremmo deciderci a fare le valigie e abbandonare la cuccia nella quale viviamo, schiacciati, angosciati, terrorizzati, ma incapaci di muovere un solo passo? La metafora dell'esodo è servita per disinnescare l'aggressività dialettica che negli ultimi due decenni del ventesimo secolo si era ridotta a un dispositivo autolesionista. Ma non è riuscita a mettere in moto niente, perché chi è paralizzato non può intraprendere alcun esodo, e perché l'esodo solitario non attrae nessuno. Il naufragio sì. Quando il mare è in tempesta la nave affonda, e quando la nave affonda allora non hai scelta. Devi gettar la zattera, devi saltarci su. E quando sei un naufrago, allora due sono i tuoi pensieri. Il primo è che il naufragio può durare a lungo, forse per sempre, e quindi occorre rendere la zattera un luogo accogliente, occorre imparare a godere del contatto dei corpi, occorre seguire un codice spontaneo di solidarietà di naufraghi, occorre elaborare le regole che rendono possibile l'allegria del naufragio, e queste regole sono quelle della sensibilità. Il secondo pensiero è quello di trovare una terra nuova, ma dato che la bussola è andata persa il solo modo di procedere è quello di chi si affida al caso. Forse la troveremo, forse non la troveremo mai, la terra che nessuno ci ha promesso. Mentre l'Europa sprofonda in una nebbia di orribile tristezza e di solitudine nervosa e di aggressività di tutti contro tutti, il primo novembre del 2007 sono partito per Buenos Aires, dove sono sbarcato nel giorno del mio compleanno, e mi sono fermato un paio di settimane, facendo conferenze in molti luoghi per presentare un libro, intitolato Generacion post-alfa, il cui oggetto principale è proprio la solitudine e la
patologia della prima generazione connettiva. Per la prima volta dopo tanti anni ho sentito l'allegria dei naufraghi, l'allegria di persone che sanno vivere insieme, accalcarsi e toccarsi, e annusarsi e ridere e ascoltare poesia. Odio le retoriche del calore comunitario che abbondano nell'immaginario gauchista a proposito del SudAmerica, per questo ho sempre fuggito un po' il guevarismo, lo zapatismo, e tutte quelle filosofie barbute a pugno chiuso. Ma a Buenos Aires ho incontrato una situazione che non ha nulla a che fare con le retoriche sudamericane. Una realtà assolutamente metropolitana,intimamente collegata al pensiero post-moderno e alle sue nevrosi. Però al tempo stesso tranquilla, intelligente e attenta. L'attenzione alla parola, nell'Europa dei morti l'avevo dimenticata. Quello che mi ha sorpreso, negli incontri di Buenos Aires è stata l'attenzione alla parola, come se la parola fosse fatta di carne, come se dalla parola dipendesse il futuro. Tutte cose nelle quali chi vive nella città dei morti non crede più, tutte cose che la generazione connettiva non riesce neppure ad immaginare, perché avendo imparato più parole da una macchina che dalla mamma, la parola non ha più vibrazioni di affettività, ma è solo chiave compatibile o incompatibile per accedere a sequenze numeriche. Ho parlato in una scuola autogestita dai suoi insegnanti a una folla di madri e di padri, di ragazzini e di psicologi, di migranti di origine boliviana e di intellettuali metropolitani. Ho parlato nel cortile di una facoltà universitaria dove si accalcavano gli studenti di oggi e quelli di due generazioni fa. Ho parlato all'associazione degli psicoanalisti, in un incontro affollato e affettuoso in cui ponevo la questione della parola scissa, ma al tempo stesso respiravo in un'atmosfera di parole molto carnali. Ho parlato alla Biblioteca nazionale dove un tempo c'era Borges, e in un'assemblea mediattiva nella sede di Radio Tribu. Ho vissuto ininterrottamente (con l'emicrania che mi spaccava in due la testa, talvolta) una situazione di eccitazione intellettuale e insieme affettiva che nella città dei morti da due decenni non si conosce più. E una sera, all'Hotel Bailen, che è un albergo recuperato e gestito dai suoi lavoratori, durante una conferenza di Raul Zibechi ho sentito le parole che (mi scoppiava la testa dall'emicrania, e chiudevo gli occhi respirando forte) mi hanno permesso di capire quello che non avevo capito fino a quel momento: che l'unica esperienza che può salvarci è quella del naufragio. Parlando di Buenos Aires, dell'Argentina dopo il 2001, parlando di una panetteria di quartiere autogestita dai suoi lavoratori e condivisa economicamente con il quartiere, Zibechi ha parlato di solidarietà di naufraghi, e nella mia povera testa che pulsava dolorante, questo ha messo in moto una visione nuova e una nuova attesa. L'Argentina ha conosciuto il naufragio, e ha vissuto attraverso il naufragio superando il panico e trasformandolo in allegra solidarietà. Se andate a vedere le opere del gruppo artistico e mediattivo più
interessante del nuovo millennio, le cronache degli escrache degli anni '90,
del mierdazo del 2002 e tutto il resto,
fino all'assalto terrorista contro l'aereo del presidente degli Stati Uniti che arriva a Mar del Plata, sentirete proprio questa vibrazione che è l'estraneità alla Tristezza Globale Contemporanea. Buenos Aires mi è parsa la zattera a cui si può aggrappare quello che resta di umano nell'umanità. La parola "duemilaeuno" là non significa crollo del turrito simbolo del commercio globale, e inizio della guerra infinita, ma significa invece naufragio dell'economia finanziaria, fine del danaro, fine dello scambio economico, inizio dello scambio affettivo. Nella città del naufragio ho avuto l'impressione di svegliarmi in un altro mondo in cui è possibile la dimensione collettiva e in cui la parola si ascolta con attenzione che coinvolge il corpo. Si ascolta la parola come se fosse una cosa seria che può fare bene o male. Ma in Europa bene o male non significa più niente. Bene e male sono soltanto due marcatori di un ordine morale senza fondamento senza decidibilità. E il naufragio si approssima, no se preocupe. La crisi dei mutui immobiliari è stata solamente la prima avvisaglia, ora giunge l'annuncio del debito impagabile delle carte di credito, mentre il costo del petrolio si moltiplica di anno in anno, e la guerra interminabile porta lutti e diffonde odio e avvicina il crollo della credibilità dell'intero Occidente. Si prepari la zattera, là impareremo di nuovo il piacere dei corpi che si toccano, là impareremo di nuovo il calore delle parole.
http://www.rekombinant.org/
mercoledì, 19 dicembre 2007
Alcune reazioni al ritorno di Infermieri Eretici
PORCA PUTTANA!!!!!!!!!
QUESTA SI CHE E' UNA BELLA NOTIZIA.
G.C.
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Con grande emozione leggo del ritorno di infermieri eretici.....
In 5 anni sono sicuramente cambiate tante cose, ma l'analisi divergente e critica aperta da infermieri eretici non si è mai esaurita.
Nursing in movimento ha cercato di ereditare parte di questo patrimonio, ma la possibilità di approfondire la discussione sulla natura e sugli obiettivi della professione fuori dai convenzionali contesti mi stimola fortemente.
Sono al tuo fianco!!
Un abbraccio
Giancarlo Brunetti
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ho letto di infermieri eretici. beh... sai che sono sempre stato contrario alla sua chiusura. credo che sia stata una delle esperienze più rivoluzionarie della mia vita. Non mi è mai andato giù il suo silenzio.ora sono contento della ripartenza. io ci starei dentro più di prima. se vuoi che io scriva per infermieri eretici dammi un cenno. io mi metto a produrre. Lorenzo Marvelli ___________________________________________________________________
Cari amici,
vi scrivo dal guatemala dove domani saro' di ritorno dopo 15 giorni di intenso lavoro insieme a claudia e lorenza, una giovane infermiera di mortara che ha lasciato a casa il compagno di vita e una bimba di 3 anni, ha fatto la valigia ed e' partita insieme a noi per vedere concretamente cos'e' la poverta', la miseria, la precarieta' del faticare tutti i giorni con poco piu' di 2 euro per mangiare, vestirsi e soprattutto vivere. cari amici, sono contento che ritorni infermieri eretici perche' e' stata una bellissima esperienza per conoscere persone ed esperienze e soprattutto per crescere. dopo il nostro primo viaggio in guatemala e' nato infermieri eretici ed aveva un senso. ha avuto un senso anche chiuderlo dopo pochi anni e penso che abbia senso, ora, farlo rinascere perche' c'e' bisogno di esperienze nuove, di maturita' nuova e soprattutto di aggregazione.
che la porta sia sempre aperta alle novita' ed agli spazi di aggregazione.
buon lavoro ad infermieri eretici e a quello che sara'.
noi di ains, se ci sara' permesso, daremo il nostro contributo.
ben venga nuovamente infermieri eretici.
per ains onlus
Ruggero Rizzini
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Complimenti!!! Aspetto con gioia ritrovare "Infermiere Eretici" nella rete nuovamente. È stata una delle prime web che tanti anni fa ho scoperto in italiano e che seguivo prima di conoscervi da persona quindi figurati poter leggerla di nuovo. I miei migliori auguri per questo nuovo periodo a tutti gli infermieri eretici. Un abbraccio P.
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viva infermieri eretici, felice ritorno questo...
I.
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Se un infermiere è eretico - e l'appellativo se non mi scandalizza mi fa ridere (non c'è bisogno di essere infermieri per essere eretici) - non si può accontentare di «fondere nursing, società, arte e filosofia...»: non lo fanno gli infermieri ma lo fa già un qualsiasi non eretico.
In bocca al lupo.
Grazie. Sentiamoci.
G.
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BENTORANTI SUL WEB… ci mancavate!!!
G.C.
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questa volta però promettiamoci: duriamo per sempre! come la vittoria di guevara: siempre! L.M.
23:47 Scritto da: inferetici | Link permanente | Segnala | OKNOtizie |
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Vaneggiamenti sulla rete mondiale infermieristica antineoliberista - Sueños sobre la red mundial enfermera antineoliberal
Mi permetto di inviarvi qualche pensiero. Non so se mai riusciremo ad incontrarci per mettere in pratica qualcosa di determinante. Ma considero, in prima analisi, la possibilità di socializzare le emozioni, i desideri, gli affetti, un possibile punto di partenza e comunque un netto rifiuto nei confronti di tutte quelle pratiche disciplinari e di controllo che tenderebbero a trasformarci in consumatori di merci assolutamente incapaci di pensare ed agire da soli. Penso che scrivendovi e mettendo insieme i miei pensieri per voi, magari leggendo in futuro le vostre risposte, le vostre critiche, penso insomma che facendo tutto questo, sottraggo molto tempo all’ shopping, al consumo immotivato e esagerato delle merci, alla noia esistenziale, al silenzio, alla morte. Scrivendovi, sento di resistere, sento di vivere, sento d’avere coraggio e determinazione.
Credo insomma di poter vivere lottando. Morirei se non lo facessi. Ed il pensiero, il cercare di pensare insieme agli altri, sono l’inizio della lotta.
Il punto di partenza è la coscienza dell’attuale fase di sviluppo capitalistico che, ossessionata dall’economia, ha concentrato i suoi interventi devastanti su tutta la sfera del vivente determinando da una parte l’esclusione della maggior parte degli uomini e delle donne da livelli di vita accettabili, dall’altra l’attacco frontale e violento ai diritti fino a poco tempo fa considerati inviolabili come il cibo, la salute, l’acqua, l’educazione, l’informazione, la cura, la pace.
L’operazione capitalistica si dipana quindi su due diversi fronti, quello della finanziarizzazione dell’economia sino all’azzardo e quello della guerra al vivente condotta sia nei paesi ricchi con pratiche securitarie, disciplinari, di internamento e di controllo ma anche nei paesi poveri con vere e proprie campagne di eserciti dotati di armi di distruzione di massa.
Le nuove politiche di privatizzazione dei servizi sono la vera spina nel fianco delle società ed in maggior misura di quelle più povere. Di fatto, considerando merce ogni elemento o aspetto della vita, ogni atto o comportamento umano come bere, mangiare, studiare, comunicare, curarsi dalle malattie, viene considerato unicamente come una operazione di consumo: tutto si vende, tutto si compra, tutto è confinato ed obbligato nel proprio valore di scambio.
Anche le politiche del lavoro che procedono di pari passo alla disarticolazione e polverizzazione dei welfare e delle forme di cooperazione sociale, mutano d’aspetto: la precarietà è la nuova parola d’ordine ed è la traduzione postmoderna e postfordista del concetto di schiavitù.
Finita l’epoca in cui la fabbrica era il centro della produzione delle merci ma anche il luogo di creazione di relazioni importanti tra i lavoratori, ora è tutta la vita ad essere messa al lavoro ed ovunque, in ogni luogo. L’indirizzo è quello di spingere le persone a lavorare a tempo pieno, spostandosi continuamente ed in cambio di salari minimi.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un sistema mondiale globalizzato volto alla produzione ed al consumo esasperato di risorse, all’ossessione per il mercato, per la sfera dell’economia, alla creazione di monopoli; un sistema che mortifica l’umano e l’ambiente con ogni mezzo ma soprattutto con la guerra e con la repressione poliziesca.
Un sistema in definitiva che promuove povertà generalizzata e concentrazione di ricchezza nelle mani delle aristocrazie economiche mondiali con tutti i mezzi possibili.
Partire da questa sintetica piattaforma, muoverci tutti insieme come se dovessimo cominciare un viaggio, uno spostamento, un esodo è, secondo me, il primo passo della resistenza possibile.
E’ infatti nella creazione di reti esterne ai governi ed alle amministrazioni, nella costituzione di sistemi di collegamento sociali all’interno dei quali far circolare informazioni, comunicazioni ma anche affetti, attenzioni, relazioni, desideri, sogni, espressione di bisogni, è insomma nella possibilità di sottrarsi al sistema cercandosi con determinazione e mettendosi in movimento che sta l’ipotesi del ribaltamento delle attuali condizioni di vita.
E’ nel general intellect ovvero nell’intelligenza collettiva, nell’intellettualità di massa che sta la chiave per far saltare lo stato delle cose.
Proprio in un mondo che fa della comunicazione e dell’informazione gli aspetti fondamentali della vita, è necessario utilizzare il linguaggio nelle sue molteplici forme e nelle sue molteplici possibilità per interrompere gli attuali processi di sviluppo capitalista.
Non può essere un’altra guerra la soluzione alle decine di guerre già in corso.
Ma sono appunto il movimento, la partecipazione alle reti che lavorano per andare verso luoghi che non sono questi, la responsabilità e l’attenzione verso alleanze potenti, la pratica del comune, sono appunto queste cose ad esprimere il divenire minoritario e cioè quel chiamarsi fuori da tutte le pratiche di potere al fine di desiderare un mondo migliore ed una vita emozionante.
L’idea di una rete infermieristica transnazionale ed antineoliberista è allora come pensare di costituire una di quelle minoranze agenti che compongono l’intero flusso dei movimenti sociali.
E’ un desiderio ancora nella sua forma di idea. Ma può divenire e costituire realtà.
Se solo lo vogliamo. Se solo lo facciamo.
Sueños sobre la red mundial enfermera antineoliberal
Me permito enviaros algunas reflexiones. No sé si llegaremos alguna vez a encontrarnos para poner en práctica algo concluyente. Pero considero, en un primer análisis, la posibilidad de socializar las emociones, los deseos, los afectos, como posible punto de partida y por tanto de un claro rechazo respecto a todas las prácticas disciplinares y de control que tenderían a transformarnos en consumidores de productos absolutamente incapaces de pensar y actuar por sí solos. Pienso que al escribiros y uniendo mis pensamientos a los vuestros, quizás leyendo en el futuro vuestras respuestas, vuestras críticas, pienso en definitiva, que haciendo todo esto, resto mucho tiempo al ir de compras, al consumo inmotivado o exagerado por los objetos de consumo, al aburrimiento existencial, al silencio, a la muerte. Al escribiros, siento que puedo resistir, me siento vivo, y siento que tengo coraje y valentía. En resumen, creo poder vivir luchando. Moriría si no lo hiciera. Y pensar, el buscar pensar junto a otros, es el inicio de la lucha.
El punto de partida es la concienciación de la actual fase de desarrollo capitalista que, obsesionada por la economía, ha concentrado sus devastadoras intervenciones en todas las esferas del ser vivo determinando por una parte la exclusión de la mayor parte de los hombres y mujeres de niveles de vida aceptables, por otro lado, el ataque frontal y violento a los derechos hasta hace poco considerados inviolables como la comida, la salud, el agua, la educación, la información, los cuidados, la paz.
La operación capitalista se desenvuelve pues en dos frentes diferentes, el de la “finanziarización” de la economía hasta el la peligrosidad y el de la guerra al ser humano dirigida, ya sea en los países ricos mediante medidas de seguridad, disciplinarias, de reclusión y control pero también en los países pobres mediante verdaderas y propias campañas de ejércitos dotados de armas de destrucción masiva.
Las nuevas políticas de privatización de los servicios son la verdadera raíz del problema de la sociedad y en mayor medida en aquellas más pobres. Y así, al considerar mercancía cada elemento o aspecto de la vida, cada acto o comportamiento como beber, comer, estudiar, comunicar, tratar las enfermedades, es considerado únicamente como una operación de consumo: todo se vende, todo se compra, todo esta circunscrito a su valor de intercambio.
También las políticas de trabajo que caminan juntas a la desarticulación y abolición del estado social y de las formas de cooperación social, cambian de aspecto: la precariedad es la nueva palabra de ordenación y es la traducción postmoderna y postfordista del concepto de esclavitud.
Finalizado el periodo en el que la fábrica era el centro de la producción de géneros pero también el lugar de creación de relaciones importantes entre trabajadores, ahora toda la vida se centra en el trabajo, por todas partes y en cualquier lugar. La dirección es la de empujar a las personas a trabajar a tiempo completo, alejándose continuamente a cambio de sueldos exiguos. El resultado está a la vista de todos: un sistema mundial globalizado dirigido a la producción y al consumo frenético de recursos, en la obsesión por el mercado, por la esfera de la economía, en la creación de monopolios; un sistema que mata al ser humano y la medio ambiente con cada dispositivo de que dispone pero sobre todo con la guerra y con la represión policial. Un sistema en definitiva que promueve la pobreza generalizada y la concentración de riqueza en manos de aristocracias mundiales con todos los medios posibles.
Partir de esta sintética plataforma, movernos todos juntos como si debiéramos iniciar un viaje, un traslado, un éxodo es según mi punto de vista, el primer paso de la resistencia posible.
En efecto, creando redes externas a los gobiernos y administraciones, constituyendo sistemas de enlaces sociales, dentro de las cuales hacer circular información, comunicación pero también afectos, cuidados, relaciones, deseos, sueños, expresiones de necesidades, en resumen, en la posibilidad de sustraerse al sistema buscando con determinación y poniéndose en movimiento, se halla la hipótesis del cambio de las actuales condiciones de vida.
Es en el “general intellect” o lo que es lo mismo en la inteligencia colectiva, en la intelectualidad de la masa, donde se halla la clave para hacer saltar el estado de las cosas.
Precisamente en un mundo que hace de la comunicación y la información aspectos fundamentales de la vida, es necesario utilizar el lenguaje en su múltiples formas y en sus múltiples posibilidades para interrumpir los actuales procesos de desarrollo capitalista.
No puede ser otra guerra la solución a la decena de guerras existentes en este momento.
Son precisamente el movimiento, la participación en las redes que trabajan para ir hacia lugares que no son estos, la responsabilidad y el cuidado hacia alianzas potentes, la “práctica de lo común”, son precisamente estas cosas las que expresan el devenir minoritario y bueno, el hallarse fuera de todas las prácticas de poder con el fin de desear un mundo mejor y una vida emocionante.
La idea de una red enfermera transnacional y antineoliberal es pensar entonces en constituir una de aquellos agentes minoritarios que conforman el flujo entero de los movimientos sociales.
Es aun solo un deseo como forma de idea: pero puede convertirse en realidad.
Es sólo un deseo aún como idea.
Sólo si lo queremos, Sólo si lo hacemos.
23:31 Scritto da: inferetici in Occidente | Link permanente | Segnala | Tag: capitalismo, lavoro, idioma español, rete, infermieri | OKNOtizie |
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