Congiura degli estranei ed allegria di naufraghi

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                                                              di Bifo 
      
       
   La storia dei movimenti rivoluzionari   
  del Novecento è stata dominata da una    
   visione storicista e dialettica: alla   
  totalità oppressiva del capitale si    
   opponeva la totalità liberatoria   
  del comunismo, destinata a   
  superare le contraddizioni e l'alienazione del presente..   
   Entro questa visione sembrava possibile abolire l'alienazione per superarla    
   in una forma di società superiore in cui l'uomo non fosse più estraneo al    
   prodotto del suo lavoro.   
   Come sappiamo quest'ideologia è fallita miseramente.   
       
   Ma se prescindiamo dall'ideologia, se studiamo la dinamica obbiettiva dei    
   movimenti, la loro storia materiale e simbolica, ci rendiamo conto del    
   fatto che in essi ha agito una visione di tutt'altro genere, niente affatto    
   totalizzante, niente affatto dialettica. Invece di pretendere il    
   superamento dell'alienazione attraverso la realizzazione di un altro mondo    
   (possibile?), la spontaneità della vita quotidiana oppone l'estraneità    
   all'alienazione.   
   In verità non dovremmo parlare di opposizione, ma piuttosto di fuga, di   
   sottrazione, di scismogenesi seminclandestina.   
   I movimenti spontanei della vita quotidiana hanno cercato di sottrarsi   
   e di nascondersi per sfuggire alle conseguenze dello sfruttamento e della    
   guerra. Quando il corpo era sottomesso allo sfruttamento industriale,   
   ma la mente rimaneva inoperosa ed esclusa dal circuito della produzione, era    
   possibile fare anima collettivamente, creare circuiti di vita intelligente,    
   comunità intelligenti ed affettuose: la vita intellettuale del Novecento    
   coinvolgeva nella comunità autonoma gli operai il cui corpo era incatenato.   
   Questo è stato possibile fin quando l'oppressione capitalistica si    
   manifestava nella sua forma industriale, fin quando cioè il dominio si    
   esercitava sul corpo del lavoratore.   
       
   Ma come è possibile rimanere estranei al dominio del capitale, quando   
   la Metamacchina si è messa a ronzare nelle nostre teste, quando gli    
   automatismi tecnici, psichici e relazionali invadono lo spazio della vita    
   quotidiana?   
   Nella società postindustriale lo sfruttamento penetra nei circuiti    
   dell'attività mentale, creativa, emozionale. Il lavoro intellettuale    
   massificato prende la forma sociale del cognitariato, lavoro della    
   conoscenza costretto a vendersi in cambio di un salario spesso scarso e   
   intermittente.  L'attività intellettuale è catturata dentro il processo   
   di valorizzazione, resa tecnicamente dipendente. Com'è possibile   
   riprodurre autonomia sociale entro le condizioni dell'epoca precaria, quando    
   l'attività mentale è catturata dalle routine dello sfruttamento e    
   sottoposta alla pressione aleatoria e imprevedibile di un mercato del    
   lavoro frammentario?   
       
   Quando il corpo fu messo al lavoro dal capitalismo industriale    
   disciplinante, l'intellettuale rivoluzionario si appellò all'anima.   
   L'anima dell'operaio rimaneva estranea allo sfruttamento che consumava il suo    
   corpo. Ma ora che l'anima è messa al lavoro, dove si troveranno le   
   energie capaci di riattivare autonomia, indipendenza dalle regole dominanti?    
   Probabilmente nel corpo, ma questo si vedrà.   
       
   La storia dei movimenti spontanei della vita quotidiana è stata    
   essenzialmente una congiura degli estranei.   
   La comunità autonoma e la vita felice non sono state rese possibili né   
   dai grandi partiti di massa, né dalla partecipazione politica democratica.    
   Anzi, queste forme di partecipazione hanno contribuito a rafforzare le    
   catene, a illudere i lavoratori che un mutamento positivo fosse   
   possibile nella sfera dello sfruttamento capitalistico. E i partiti politici   
   hanno sfruttato le rivolte operaie per creare e rafforzare il potere di   
   burocrazie.   
       
   Solo l'estraneità, il rifiuto del lavoro hanno reso possibile la liberazione di    
   spazi urbani, di aree temporali più o meno vaste o limitate.    
   Solo il rifiuto di partecipare ai rituali della democrazia   
   rappresentativa e il disprezzo per la dittatura economica del capitale,    
   solo l'astuzia dell'illegalità, il sabotaggio silenzioso hanno reso possibile la   
   conquista di qualche momento di vita felice.   
       
   Chi ha creduto di poter "costruire un altro mondo possibile", chi ha    
   creduto di poter cambiare la vita partecipando alla vita politica della   
   democrazia rappresentativa è rimasto intrappolato in un gioco di specchi e    
   nell'infinito rinvio della felicità in un futuro improbabile.   
   Nessun altro mondo è possibile se non questo. Ma come dice Eugenio   
   Montale, che forse tra i poeti del Novecento è quello che meglio ha anticipato   
   il significato della parola autonomia:   
       
   La storia non è poi   
   La devastante ruspa che si dice.   
   Lascia sottopassaggi, cripte, buche   
   E nascondigli. C'è chi sopravvive.   
   La storia è anche benevola: distrugge   
   Quanto più può: se esagerasse certo   
   Sarebbe meglio, ma la storia è a corto   
   di notizie, non compie tutte le sue vendette.   
       
   La storia gratta il fondo   
   Come una rete a strascico   
   Con qualche strappo e più di un pesce sfugge.   
       
   Nel ventesimo secolo, dunque, è stata l'estraneità la via della libertà,    
   dell'uguaglianza, della felicità che si nasconde in qualche anfratto e che    
   attira gente, costituisce comunità. Fin quando il potere non scopre quel    
   nascondiglio, e manda allora le sue truppe di recuperatori politici o di    
   poliziotti assassini.   
       
       
   L'anima connessa   
   Ma oggi come proporre una congiura degli estranei? Nessuno può estraniarsi    
   dal ciclo continuo dello sfruttamento, della mobilitazione produttiva,    
   della partecipazione alla trappola partecipativa. Tutti appaiono    
   terribilmente tristi, ansiosi perché a nessuno è concessa l'autonomia della    
   mente. E il paradosso attuale è proprio questo: finché lo sfruttamento si    
   esercitava sul corpo, la mente poteva rimanere (relativamente) libera,   
   e da quella relativa libertà poteva costituire comunità estranea, e i corpi    
   potevano così costruire provvisori spazi di felicità collettiva. Ma quando    
   oggetto dello sfruttamento è la mente, allora nulla più rimane libero,    
   neppure relativamente, e il corpo soffre di una contrazione ansiosa che   
   impedisce il rilassamento erotico.   
       
   L'anima connessa è incapace di estraneità, perché la connessione   
   impedisce l'autonomia della solitudine, e al tempo stesso impone la solitudine   
   della dipendenza cellularizzata.   
   Nessuno può essere solo, tutti debbono partecipare del processo di    
   mobilitazione permanente che è reso possibile dalla connessione    
   ininterrotta. I cellulari squillano per chiamarci alla mobilitazione    
   produttiva, il debito ci rincorre obbligandoci a rispondere al richiamo   
   cellulare, se non vogliamo sprofondare nella miseria e nel fallimento,   
   se non vogliamo essere cacciati dalla miserabile casa che il mutuo ci ha    
   permesso di comprare. Ininterrottamente siamo esposti alla comunicazione    
   pubblicitaria che invade ogni spazio dell'attenzione visiva uditiva    
   emozionale. La comunità obbligatoria ci impedisce di essere soli in    
   qualsiasi momento del giorno e della notte.   
   E al tempo stesso la solitudine ci opprime, perché l'affollamento al   
   quale partecipiamo non è compresenza di corpi amici capaci di carezze, ma    
   competizione tra anime incapaci di districarsi.   
   Affollati e solitari, come diceva David Riesman in un libro del 1950   
   che oggi andrebbe riletto.   
       
   Il panorama europeo si presenta oggi come un panorama di desolazione    
   psichica senza fine.   
   Ci sono cervelli in rete che hanno perduto ogni contatto con i loro corpi.   
   Il cognitariato è la classe di coloro che hanno perduto l'indipendenza    
   dell'anima perché la loro mente funziona solo rispondendo a stimoli di    
   connessione.   
   Richard Florida, nei suoi libri sulla genesi e le evoluzioni della classe    
   creativa, parla di un mondo che non esiste. E' vero che ci sono luoghi in    
   cui vengono stimolate le facoltà creative, come lui racconta. Ma le città    
   in cui la creatività viene messa al lavoro presto si rivelano luoghi senza    
   socialità, luoghi in cui l'anima connessa non riesce più a trovare il suo    
   proprio corpo. E i corpi privi della loro anima si incontrano in luoghi   
   rumorosi nei quali è inutile parlare, perché le parole si emettono soltanto    
   nel tempo della connessione produttiva.   
   Corpi senza parole, parole senza corpo, questa è la condizione dimiseria    
   in cui è cresciuto il cognitariato.   
       
   La classe creativa di cui parla Richard Florida è la classe virtuale di   
   cui  parla Arthur Kroker: una classe doppiamente virtuale, perché agisce   
   nella sfera della connessione virtuale, e non riesce mai ad esistere   
   carnalmente nella città reale.   
   A un certo punto però il cervello si mette a mal funzionare, o funziona   
   in maniera contratta, perché non sente più il corpo. Il cognitariato è la    
   condizione di sofferenza e di questa scissione.   
       
   Ma come può la prima generazione connettiva ricomporre il corpo e la    
   parola, dal momento che essa si installa in una condizione di scissione   
   fin dall'inizio della sua esperienza sociale?   
   Non credo che ci sia nessuna possibilità di ricomposizione per via    
   politica. L'accesso alla politica è divenuto pressoché impossibile per   
   la prima generazione connettiva.   
   Non che siano incapaci di comprendere quel che gli accade, anzi. La    
   consapevolezza è altissima, nella prima generazione connettiva, ma non    
   riesce a saldarsi con il corpo, e non riesce a trasformarsi in azione.   
   Le ribellioni sono brevissime, durano qualche giorno nel migliore dei   
   casi. In certi casi la ribellione è un'esplosione di pochi secondi che si   
   manifesta nell'azione suicida.   
   Non esiste nessuna esperienza politica di lungo periodo perché i corpi non    
   sono più in grado di convivere in uno spazio sociale, abitativo,affettivo.    
   La vicinanza dei corpi provoca presto panico, fastidio, insofferenza,    
   perché sono privati della pellicola del linguaggio. E il linguaggio nel   
   quale sono immersi è privato della carnalità del corpo. La sensibilità,   
   facoltà di interpretazione dei segni non verbali non appartiene più allo    
   spazio della comunicazione. La comunicazione connettiva è comunicazione   
   senza sensibilità.   
   Nessuna costruzione comunitaria è possibile, in queste condizioni cognitive    
   e psichiche.   
   Nessuna organizzazione politica è possibile.   
       
   Nella città del naufragio   
   Credo che una prospettiva di autonomia sociale riemergerà soltanto dal    
   naufragio.   
   Non sto parlando di esodo. Esodo è una parola fascinosa che però non    
   significa gran che. Dove dovremmo andare, infatti? E perché dovremmo    
   deciderci a fare le valigie e abbandonare la cuccia nella quale viviamo,    
   schiacciati, angosciati, terrorizzati, ma incapaci di muovere un solo   
   passo?   
       
   La metafora dell'esodo è servita per disinnescare l'aggressività   
   dialettica che negli ultimi due decenni del ventesimo secolo si era ridotta a un    
   dispositivo autolesionista. Ma non è riuscita a mettere in moto niente,   
   perché chi è paralizzato non può intraprendere alcun esodo,    
   e perché l'esodo solitario non attrae nessuno.   
   Il naufragio sì. Quando il mare è in tempesta la nave affonda, e quando   
   la nave affonda allora non hai scelta. Devi gettar la zattera, devi   
   saltarci su. E quando sei un naufrago, allora due sono i tuoi pensieri.   
   Il primo è che il naufragio può durare a lungo, forse per sempre, e quindi    
   occorre rendere la zattera un luogo accogliente, occorre imparare a   
   godere del contatto dei corpi, occorre seguire un codice spontaneo di   
   solidarietà di naufraghi, occorre elaborare le regole che rendono possibile   
   l'allegria del naufragio, e queste regole sono quelle della sensibilità.   
   Il secondo pensiero è quello di trovare una terra nuova, ma dato che la   
   bussola è andata persa il solo modo di procedere è quello di chi si   
   affida al caso. Forse la troveremo, forse non la troveremo mai, la terra che    
   nessuno ci ha promesso.   
   Mentre l'Europa sprofonda in una nebbia di orribile tristezza e di    
   solitudine nervosa e di aggressività di tutti contro tutti, il primo    
   novembre del 2007 sono partito per Buenos Aires, dove sono sbarcato nel   
   giorno del mio compleanno, e mi sono fermato un paio di settimane,   
   facendo conferenze in molti luoghi per presentare un libro, intitolato   
   Generacion post-alfa, il cui oggetto principale è proprio la solitudine e la   
   patologia della prima generazione connettiva.   
   Per la prima volta dopo tanti anni ho sentito l'allegria dei naufraghi,   
   l'allegria di persone che sanno vivere insieme, accalcarsi e toccarsi,   
   e annusarsi e ridere e ascoltare poesia. Odio le retoriche del calore    
   comunitario che abbondano nell'immaginario gauchista a proposito del    
   SudAmerica, per questo ho sempre fuggito un po' il guevarismo, lo    
   zapatismo, e tutte quelle filosofie barbute a pugno chiuso. Ma a Buenos   
   Aires ho incontrato una situazione che non ha nulla a che fare con le    
   retoriche sudamericane. Una realtà assolutamente metropolitana,intimamente    
   collegata al pensiero post-moderno e alle sue nevrosi. Però al tempo   
   stesso tranquilla, intelligente e attenta.   
       
   L'attenzione alla parola, nell'Europa dei morti l'avevo dimenticata.   
   Quello che mi ha sorpreso, negli incontri di Buenos Aires è stata l'attenzione   
   alla parola, come se la parola fosse fatta di carne, come se dalla parola    
   dipendesse il futuro. Tutte cose nelle quali chi vive nella città dei   
   morti non crede più, tutte cose che la generazione connettiva non riesce   
   neppure ad immaginare, perché avendo imparato più parole da una macchina che   
   dalla mamma, la parola non ha più vibrazioni di affettività, ma è solo chiave    
   compatibile o incompatibile per accedere a sequenze numeriche.   
   Ho parlato in una scuola autogestita dai suoi insegnanti a una folla di   
   madri e di padri, di ragazzini e di psicologi, di migranti di origine    
   boliviana e di intellettuali metropolitani. Ho parlato nel cortile di una    
   facoltà universitaria dove si accalcavano gli studenti di oggi e quelli di    
   due generazioni fa. Ho parlato all'associazione degli psicoanalisti, in   
   un incontro affollato e affettuoso in cui ponevo la questione della parola   
   scissa, ma al tempo stesso respiravo in un'atmosfera di parole molto    
   carnali. Ho parlato alla Biblioteca nazionale dove un tempo c'era Borges, e    
   in un'assemblea mediattiva nella sede di Radio Tribu. Ho vissuto    
   ininterrottamente (con l'emicrania che mi spaccava in due la testa,    
   talvolta) una situazione di eccitazione intellettuale e insieme affettiva    
   che nella città dei morti da due decenni non si conosce più.   
   E una sera, all'Hotel Bailen, che è un albergo recuperato e gestito dai   
   suoi lavoratori, durante una conferenza di Raul Zibechi ho sentito le    
   parole che (mi scoppiava la testa dall'emicrania, e chiudevo gli occhi    
   respirando forte) mi hanno permesso di capire quello che non avevo   
   capito fino a quel momento: che l'unica esperienza che può salvarci è quella   
   del naufragio. Parlando di Buenos Aires, dell'Argentina dopo il 2001,   
   parlando di una panetteria di quartiere autogestita dai suoi lavoratori e   
   condivisa economicamente con il quartiere, Zibechi ha parlato di solidarietà di    
   naufraghi, e nella mia povera testa che pulsava dolorante, questo ha messo    
   in moto una visione nuova e una nuova attesa.   
   L'Argentina ha conosciuto il naufragio, e ha vissuto attraverso il naufragio superando    
   il panico e trasformandolo in allegra solidarietà.   
   Se andate a vedere le opere del gruppo artistico e mediattivo più    
   interessante del nuovo millennio, le cronache degli escrache degli anni '90,   
  del mierdazo del 2002 e  tutto il resto,   
  fino all'assalto terrorista contro l'aereo del presidente degli   
   Stati Uniti che arriva a Mar del Plata, sentirete proprio questa vibrazione   
   che è l'estraneità alla Tristezza Globale Contemporanea.   
   Buenos Aires mi è parsa la zattera a cui si può aggrappare quello che resta    
   di umano nell'umanità.   
   La parola "duemilaeuno" là non significa crollo del turrito simbolo del   
   commercio globale, e inizio della guerra infinita, ma significa invece    
   naufragio dell'economia finanziaria, fine del danaro, fine dello   
   scambio economico, inizio dello scambio affettivo. Nella città del naufragio ho   
   avuto l'impressione di svegliarmi in un altro mondo in cui è possibile la    
   dimensione collettiva e in cui la parola si ascolta con attenzione che    
   coinvolge il corpo.   
   Si ascolta la parola come se fosse una cosa seria che può fare bene o male.   
   Ma in Europa bene o male non significa più niente. Bene e male sono    
   soltanto due marcatori di un ordine morale senza fondamento senza    
   decidibilità.   
       
   E il naufragio si approssima, no se preocupe.   
       
   La crisi dei mutui immobiliari è stata solamente la prima avvisaglia,   
   ora giunge l'annuncio del debito impagabile delle carte di credito, mentre   
   il costo del petrolio si moltiplica di anno in anno, e la guerra   
   interminabile porta lutti e diffonde odio e avvicina il crollo della credibilità    
   dell'intero Occidente.   
       
   Si prepari la zattera, là impareremo di nuovo il piacere dei corpi che si    
   toccano, là impareremo di nuovo il calore delle parole.   

 

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Congiura degli estranei ed allegria di naufraghiultima modifica: 2007-12-20T00:05:00+00:00da inferetici
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