Joe Hill

0e4fa8e0f04a236f61e3b52cb6e43411.jpgIl testo che segue è la riduzione teatrale di uno scorcio della vita di Joe Hill, rivoluzionario migrante negli Stati Uniti d’America. Scritto dal collega Lorenzo Marvelli, è il nuovo spettacolo teatrale su cui sta lavorando la compagnia dei Teatri OFFesi

                            di Lorenzo Marvelli

 

QUADRO 1

L’INTERROGATORIO

 

Joe è seduto. Polsi legati dietro la schiena. Anche i piedi legati

 

Non ho nulla da aggiungere.

Ho detto tutto quello che avevo da dire. 

Non posso essere io a portarvi il colpevole su un piatto d’argento.

L’assassino… sì dico, quello vero, dovete cercarvelo da soli: siete la polizia investigativa dello  Utah, siete il fiore all’occhiello del governatore Spry…

E allora, cosa volete ancora da me?

Non sono stato io ad uccidere John Morrison e suo figlio Arling perchè quella notte non ero in quella maledetta drogheria, sapete benissimo che ero altrove.

Non sono io l’ uomo giusto  che dite di aver catturato.

Sono innocente ma non posso essere io a dirvi perché.

Siete invece voi che dovete dirmi perché sono colpevole.

Mio Dio, gli Stati Uniti d’America che prendono lezione di investigazione da uno straccione, un operaio senza un lavoro fisso e senza una specializzazione, per giunta immigrato dalla Svezia: sono solo un minatore… ed anche un po’ spaccalegna, un po’ contadino, senza terra s’intende e… scaricatore anche , un vero e proprio topo di porto a un dollaro al giorno! Un dollaro al giorno, un dollaro al giorno, questa è la mia paga!

Non io ma voi dovete dimostrare la mia colpevolezza.

Insomma: negli Stati Uniti d’America il diritto a un processo giusto vale la vita d’ogni uomo molto più della mia! La mia vita che costa appena un dollaro al giorno!

Ho detto tutta la verità, nient’altro che la verità e non posso aggiungere nulla anche se a chiedermelo fosse Wootrow Wilson, il Presidente degli Stati Uniti d’America in persona.

Andate pure da Spry a dirglielo, diteglielo al vostro signor Governatore dello Utha: “Lo svedese dice che siamo noi a doverci cercare l’assassino dei Morrison!” diteglielo! Con tanti saluti da Joe, lo svedese!

(ride) Ho davanti la faccia di Spry…

John Morrison non era certo il mio uomo e mai avrei messo in gioco la mia libertà per uno come quello. Valgo niente ma… non sono uno stupido, non sono uno stupido. Soprattutto non sono un assassino!

Non sono io il vostro uomo.

 

Joe riesce a slegare i polsi

 

Non ho molto da dire sulla mia persona.

Il mio nome è Joel Emmanuel Haggland. Sono nato il 7 ottobre del 1879 a Galve, in Svezia. Eravamo in 8 a casa. 10 con mio padre e mia madre.

Mio padre Olaf era nella ferrovia. Morì in un incidente sul lavoro, pace all’anima sua. Morì anche mia madre, non molto tempo dopo. Arrivai in America con mio fratello Paul e… cambiai il mio nome: Joseph Hillstrom prima, poi Joe Hill così come mi conoscete.

Perché? Qualcuno dice che lo feci per sfuggire alla giustizia. Posso dirvi che così facevano in molti quando sbarcavano negli Stati Uniti d’America! Chi volete che avrebbe preso a lavorare uno con un nome così difficile? Haggland… Hillstrom… Meglio Joe, Joe Hill!

Sono bravo a suonare l’organo, il violino, la chitarra e la fisarmonica.

Ma non sono un musicista evidentemente anche se quella strada la provai quando me ne andai a suonare per un po’ il piano in un locale di New York. Ero giovane e pensavo di poter campare con la musica e le canzoni.

Mi corciai le maniche presto: spaccalegna, contadino, minatore, scaricatore di porto… e chi se ne ricorda più! Tanti lavori diversi ma tutti da servo e agli ordini di uomini prepotenti, i proprietari d’industria!

Non avevo scelta: mi iscrissi al sindacato per non diventare un assassino. Perché io volevo ammazzarli quei prepotenti, certo che lo volevo! Ma non ero un assassino.

 

 

 

QUADRO 2

LA LOTTA PERLA LIBERTA’ DI PAROLA

 

Era un giorno come gli altri, sole, buoni propositi, poca voglia di lavorare ma solo un minuto per godersela poi infilati dentro, in mezzo a quegli alberi alti, eravamo come pinguini stipati. Avevo un compito apparentemente privilegiato ma il privilegio finiva laddove sentivo trattare male i miei compagni.

Il mio compito era anche questo: fornire informazioni su di loro. Qualsiasi cosa, anche un minimo di insofferenza. I proprietari degli alberi non potevano sopportare insofferenze, facevano male al buon ritmo della continuità, non ti potevi permettere di stare un po’ triste o di manifestare piccoli segni di malinconia, il sorriso sempre, anche finto ma sempre.
La cosa particolare era che quei maledetti proprietari di alberi sapevano benissimo che per circa sette anni addietro ero stato un militante del sindacato con lotte toste dietro le spalle. Eppure mi avevano preso a lavorare con loro, un dollaro al giorno e mansioni di merda. Io non ci stavo dietro. Non comunicavo niente di vero, spesso sviavo i proprietari. Per di più avevo consigliato un tale di rivolgersi ad un mio amico del sindacato per questioni di giornate a buttar giù alberi, non pagate. I proprietari di quegli alberi, in qualche maniera, erano venuti a conoscenza del mio consiglio ma non mi era successo niente: preferivano avermi tra i piedi per potermi tenere sotto controllo anche quando giocavo sporco, facevano finta di nulla e mi davano pacche sulle spalle i bastardi proprietari di alberi.

Ma quella mattina di sole…

Eravamo tutti lì, pronti per cominciare a buttarli giù gli alberi. Non so come mi venne in mente ma lo feci: saltai improvvisamente in piedi su una cassetta di legno, di quelle dove si stipano le saponette che usavamo per lavarci le mani dopo il lavoro, saltai su e mi misi a gridare e poi il grido divenne una canzone:

 

In piedi su una cassetta di legno. Come cantando.

 

Lavoratori di tutto il mondo unitevi; lotteremo fianco a fianco per la libertà: e quando avremo il mondo e le sue ricchezze, agli sfruttatori canteremo una canzone: “Mangerai, prima o poi mangerai, se a cucinare imparerai; spacca la legna che  ti  fa bene, e mangerai, prima o poi mangerai.

 

Scende. Si siede sulla cassetta.

 

La chiamavamo free speech fights, sacrosanta lotta per la libertà di parola…

Loro, i padroni, riuscirono ad impedire a noi lavoratori organizzati di tenere comizi agli angoli delle strade. Arrivarono a minacciare l’arresto per chi solo ci avesse provato.

Ci voleva ben altro per impedire ai lavoratori di parlare!

Era il mese di Novembre, Novembre 1909: John Panzer e Walter T. Nef erano due dei nostri. Vennero a sapere che c’era bisogno di loro a Spokane, nello stato di Washington; saltarono su un  treno merci senza pensarci troppo e presero parte ad una delle più grandi battaglia per la libertà di parola che la storia ricordi.

Panzer e Nef come tanti altri, quando arrivò il loro turno, rovesciarono la cassa per il sapone e presero a fare propaganda fino ad essere arrestati come altri 600 lavoratori prima di loro. Tutti insieme, dandosi il cambio di volta in volta, in piedi su quelle casse per il sapone rovesciate!

Per cinque mesi uno alla volta i lavoratori saltavano sulle casse e parlavano sino a perdere la voce, sino a finire stipati dentro celle umide e piene di topi. Il coraggio e l’ostinazione di Panzer e Nef e di tutti gli altri, costrinsero le autorità locali a cedere: vennero tutti rilasciati e tornarono alla loro propaganda.

Si tennero un numero incredibile di free speech fights in giro per il paese:  a Fresno, due anni dopo, il direttore della prigione fece scaricare acqua gelida dai pompieri addosso ai detenuti e nel 1912 a San Diego, Ben Reitman, uno dei nostri, venne rapito dai vigilantes che lo spalmarono di pece e gli appiccicarono sopra delle piume d’uccello fino a ricoprirlo completamente: i lavoratori organizzati non smettevano però di marciare, di tenere comizi sulle loro cassette per il sapone ed i poliziotti erano disorientati da tutta quella gente che accorreva per i comizi, le prigioni non riuscivano a tenere dentro tutti gli arrestati e succedeva sempre che erano i lavoratori a spuntarla sui proprietari d’industria, sulle autorità locali ed i loro uomini armati. Non c’era prigione negli Stati Uniti d’America che avrebbe potuto contenerci tutti, noi eravamo una grande unione e non stavamo dentro le loro celle strette, umide e piene di topi.

La chiamavamo free speech fights, sacrosanta lotta per la libertà di parola…

 

In piedi sulla cassetta rovesciata, di nuovo. Con enfasi come ad incitare la folla

 

Correte, correte tutti: al ladro! Al ladro! Forza, prendetelo, è lì… anzi no, è di là, correte prendetelo il ladro! Sta scappando, forza correte, acciuffatelo il ladro!

Quel maledetto mi ha derubato anche oggi, come ieri e ieri l’altro. Ha derubato me ma anche voi, il ladro. E’ necessario che uniamo le nostre forze per acciuffarlo.

Mi spiego, signori: si da il caso che il ladro a cui si fa riferimento altri non è che il Signor Capitale. Ma sì… è proprio quello che ci deruba quotidianamente, che approfitta del nostro lavoro per fregarci nostro malgrado. E’ un ladro questo Signor Capitale ed è giunto il momento di dargli la sveglia!

Al ladro! Al ladro! Acciuffate il Signor Capitale che ci vuota le tasche e ci riduce alla fame!

 

Scende.

 

La chiamavamo free speech fights, lotta per la libertà di parola… sacrosanta!

Di là e di là e di là la gente che accorreva, tanta, numerosa, incuriosita ma senza capire cosa stava succedendo così all’improvviso e noi, in piedi su quella cassa  per il sapone a cantare, recitare, fare propaganda… ad aspettare di essere trascinati dentro da due energumeni in divisa ma, nello stesso tempo consapevoli d’essere immediatamente sostituiti lì sopra, su quel palco improvvisato.

Raccogliemmo queste canzoni in una specie di canzoniere, “Il piccolo canzoniere rosso”.  Le nostre canzoni venivano riprodotte sui giornali, sui volantini, alcune venivano addirittura vendute in giro, sotto forma di spartiti, per finanziare la nostra organizzazione. Si tenevano concerti improvvisati, veri e propri comizi nelle piazze ma anche nei teatri.

Io stesso ho scritto canzoni e le ho cantate e suonate in giro. Niente di serio per carità… le mie canzoni ci davano dentro ma facevano soprattutto ridere: il signor Testa Quadra o il macchinista Casey Jones, due pezzi di crumiri che se ne volarono dritto dritto all’Inferno a spalare zolfo per conto del Diavolo!

Cantavo:

 

Sulla cassa. Come in un free speech fight.

 

Casey Jones se ne volò all’Inferno. “Casey Joens?”, disse il diavolo, “Bene! Casey Jones dacci sotto a spalare zolfo: questo è il premio per il crumiraggio alla Southern Pacific!

 

I lavoratori che erano lì ad ascoltare ridevano di Casey Jones e di Testa Quadra ma si convincevano soprattutto della necessità di restare uniti nella lotta. Noi prendevamo così le distanze dai crumiri, ridendo di loro, cantandogli in faccia la loro miserabile condizione.

 

 

 

QUADRO 3

L’INDUSTRIAL WORKERS OF THE WORLD

 

Torna a sedere sulla sedia. Come in un interrogatorio. Di nuovo.

 

Non ho molto da dire sulla mia persona.

Il mio nome è Joe Hill. Vengo dalla Svezia e dal 1910 sono un membro dell’IWW che sta per  Industrial Worker of the World, lavoratori d’industria del mondo intero. Dal 1913 sono segretario della sezione di San Pedro.

Fu il mio amico Bill Haywood che tutti chiamavamo Big Bill per via della sua corporatura enorme, fu lui insieme ad altri 220 delegati in rappresentanza di 60.000 lavoratori, ad aprire il congresso continentale della classe operaia che portò alla nascita dell’Industrial Workers of the World. IWW appunto.

Chicago. 1905. Dirompente Big Bill: non potete neanche immaginare il carisma di questo minatore dal fisico gigantesco mentre si rivolgeva ai delegati!

Ma non solo lui…

Presero la parola in tanti, un entusiasmo incredibile, c’era come il senso del nuovo a portata di mano.

C’era gente del calibro di Thomas Hagerty, Eugen Debs, Ralph Chaplin e le incredibili donne Elizabeth Gurley Flynn e Mamma Jones: tutti insieme, uomini e donne, alla fine, gridarono per tre volte “EVVIVA!” e tutti nella sala si abbracciarono, battendo le mani, saltando in piedi sulle panche di legno. Nacque così il sindacato degli Industrial Workers of the World, il sindacato di quei lavoratori rivoluzionari che presto tutti cominciarono a chiamare Wobblies.

Il grande Bill Haywood, rivolgendosi ai Wobblies, disse subito come stavano le cose perché tutto fosse chiaro sin dall’inizio: “Non mi interessa se i lavoratori specializzati si iscriveranno agli IWW oppure no!” Disse.

Perché non doveva essere come con gli altri sindacati di mestiere e corporativi che i lavoratori se li sceglievano ed ai quali chiedevano dei soldi per entrare; l’IWW apriva ad ogni tipo di lavoratore anche a quelli dequalificati, senza mestiere e senza potere, senza distinzione di razza, credo, colore, sesso. “Nei macelli non ci sono più macellai” gridava Big Bill “ci sono solo una infilata di uomini la cui specializzazione sta solo nel fare la loro piccola parte!”. Tutti i lavoratori, specializzati e non, dalla pelle bianca o nera o gialla, tutti noi eravamo la stessa cosa. Questo diceva Bill Haywood!

Ci convincemmo immediatamente che il nuovo sindacato era qualcosa di diverso da tutti gli altri: tutti i lavoratori insieme in una unica grande unione, per la prima volta nella storia! Questo furono i Wobblies: internazionalisti, anarchici, socialisti, rivoluzionari… e per questo avevamo tutti contro, dalle associazioni imprenditoriali alle Trade Unions come l’American Federation of Labor, ai partiti politici, ai tribunali. Per neutralizzarci utilizzavano le milizie statali e private ma soprattutto i crumiri che non sopportavamo in nessun modo, che ostacolavamo con energia, decisione, con durezza se necessario: avevamo lo sciopero o anche una certa maniera di… prendercela comoda nel fare quello che dovevamo fare nelle fabbriche o nelle miniere, fino addirittura al rifiuto totale del lavoro.

Tra i Wobblies cominciò a girare quella che poi divenne una convinzione indiscutibile: “Un’offesa a uno è un’offesa per tutti!” Per questo ci sentivamo i più forti. E forse, per un certo tempo, lo fummo davvero.

 

 

 

 

QUADRO 4

LA CONDANNA A MORTE

 

Ci sono buoni motivi per credermi estraneo all’omicidio dei Morrison: c’è la questione dei proiettili, c’è che io non potevo essere contemporaneamente in quella drogheria ed altrove, ci sono altri indiziati su cui poco si è indagato, ci sono testimonianze di persone che…

Ma la verità è che i giochi sono già fatti ormai: la mia condanna a morte è necessaria agli… affari dei proprietari delle miniere di rame. Sono loro che decidono della mia vita. Non i fatti.

Certo, potrei immediatamente rivelarli i fatti e dire che il proiettile che mi sono beccato proprio qui, non è partito dall’arma dei Morrison ma da…

Potrei rivelarvi che a causa di una donna…

Potrei esporre i fatti e fare i nomi delle persone… la donna con cui ero, l’uomo che mi ha sparato a bruciapelo accecato dalla gelosia…

Ma non sono uno che parla, io.

E poi non servirebbe a nulla perché i proprietari delle miniere di rame troverebbero il modo rovesciarli ancora… i fatti.

Mi aspetta il plotone d’esecuzione lì fuori: ne ho già prese tante di pallottole e certo qualcuna in più non farà la differenza.

Per carità, non voglio passare per un eroe… ora ho paura, molta paura, non voglio morire.

Ma cosa posso fare per evitarlo?

Nulla. Nulla.

Ed allora non resta che sperare che tutto accada al più presto, l’attesa mi fa paura, questa paura è insopportabile.

Presto, fate presto e soprattutto non piangete per me, non perdete tempo a farlo ma organizzatevi piuttosto, organizzatevi!

 

Fine

 

Joe Hillultima modifica: 2008-01-31T22:21:58+00:00da inferetici
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